Continuaiamo con ulteriodi dettagli su Ferruccio Manea, il Tar

Da  "I piccoli maestri"

"Erano bande abbastanza numerose, ottimamente comandate da capi come il Tar, il Tigre, il Negro; teoricamente inquadrate in grosse forma­zioni riconosciute, ma in realtà largamente autonome. I loro me­todi erano bruschi e sbrigativi; molti di loro trovavano più che na­turale continuare (ma con vigore incomparabilmente più grande) l'antica lotta con gli occupatori delle caserme, le autorità costitui­te, e i benpensanti più odiosi, che erano di solito anche i fascisti più in vista. Erano continuamente attivi, con spedizioni, catture, piccoli scontri a fuoco, per lo più evitando di attaccar briga coi te­deschi (che di regola evitavano di dar noia a loro), ma cercando volentieri i ramarri della Tagliamento, e ogni altra forma di bri­gante nostrano. I ramarri, coi loro baschi mimetici e le pretenziose brache a sboffo, non parevano in grado di venirli a snidare: le poche spedizioni in camion su per le strade di collina finirono sem­pre male per loro; il Q. G. del Tar, pur situato a meno di mezz'ora di strada (a piedi) dalla piazza del mio paese, non credo che sia mai stato posto nemmeno in stato di allarme vero e proprio, tutt'al più qualche preallarme. Durante questi conati di rastrella­mento, il Tar avrà continuato a dare i suoi ordini brevi e sereni, suonando qualche accordo sulla chitarra; e non credo ci sia mai stato bisogno di niente altro.

Questo Tar, il principe dei monti alle nostre spalle, era l'uomo col berretto di pelo che avevo conosciuto nelle prime riunioni clandestine al mio paese. Adesso era un capobanda leggendario, e aveva cambiato copricapo, portava un casco coloniale. Aveva an­cora stima di me, e rispetto per noi. Venne a trovarci con Aquila, uno dei suoi luogotenenti, che era Rino; c'erano molte Aquile su pel monte, alcune semplici, altre Bianche o Nere. Aquila-Rino era vestito con modestia, armato con discrezione, solo il parabello e due bombe; e naturalmente it pugnale-lima nel calzetto. Aveva i capelli lisci, pettinati con cura, e le basette assai lunghe. Il Tar era uno splendore; aveva le basette più lunghe e pin folte del suo luo­gotenente; era armato poco o nulla, una pistola vecchiotta, infal­libile, negligentemente appesa alla cintura. Portava i calzoni corti, i gambali, e questo elmetto coloniale. Tutto splendeva in lui, it viso colorito, gli occhi di morbido velluto, i denti bianchi, i tratti preziosi del viso, i gesti eleganti.

Vennero in visita privata, quasi in incognito; parevano lieti, e chiacchieravano ad agio un po' della guerra, un po' di altre case…

Dopo questo primo contatto, mantenemmo col Tar rapporti di buona vicinanza; it suo regno era grande, centrato sul nodo di colline a sud del mio paese, ramificato all'insù lungo i crinali che vanno verso Schio, e a sud su quelli forcuti che scendono verso Vicenza; la nostra propria zona veniva ad essere quasi una piccola provincia federata, alla periferia di questo regno.

Oltre che un grande guerriero, il Tar era un grande legislato­re; la legge nei suoi territori regnava sovrana, se l'era fatta lui, e la veniva imponendo alle pianure confinanti.

«Le armi lunghe devono stare sul monte» ci disse un giorno. Dante, che era un po' puntiglioso di temperamento, gli domande, perche, e it Tar disse: «Ho fatto un decreto». La spiegazione ci parve stupenda. Apprendemmo in seguito che anche il parabello era lungo"

Campipiani di monte di Malo: per lungo tempo la zona del comando del Tar

Ci spostiamo un po' da I picooli maestri a Libera Nos a Malo

"Il Tar era rinomato per due qualità, la sveltezza e la mira. La mira era straordinaria: il Tar prendeva qualunque cosa a cui mirasse, ferma o in moto, vicina o lontana. La sveltezza era ancora più straordinaria.

Una volta che l'avevano arrestato — ancora in tempo di pa­ce — e portato in caserma, improvvisamente come allo scatto d'una molla potentissima il Tar si proiettò in una parabola in aria, nel corso della quale oltre che togliere la pistola al carabiniere di destra e mandare a spasso quella del carabiniere di sinistra, infilò la finestra aperta (erano al primo piano) e ricadde nell'orto dietro la caserma. Scomparve tra gli alberi da frutto sparando per diver­timento alle ciliege mature.

Portava in pace il berretto di pelo, in guerra un bel casco co­loniale, e le basette lunghe. Dopo la guerra s'era messo a fare l'a­picultore, ma continuò ad avere noie coi carabinieri. Ogni tanto tornando a casa, magari in motocicletta, ne trovava uno che l'a­spettava. Una volta lo persuase a montare sul sellino, ma natural­mente lo perse per strada, andando in caserma.

La rapidità del Tar nel mirare riusciva impercettibile all'oc­chio umano normale: erano cose che avvenivano in una gamma ultravioletta del moto, dove il suo occhio vellutato di zingaro sor­vegliava i tempi delle cose che noi chiamiamo rapide, ingigantiti, al rallentatore. Io credo che prima íl Tar sparasse, e poi mentre il proiettile scuotendosi di dosso l'inerzia risaliva pigramente la canna, il Tar tranquillo cominciasse a puntarla sul bersaglio, aspettando che il proiettile fosse già mezzo fuori dalla canna per guidarlo con un infallibile strattoncino sulla coda"

 

Andiamo però ad alcuni aspetti meno simpatici che non è inutile chiarire; scrive il Meneghello ne I piccoli maestri

Un giorno che ci era stato regalato un tacchino, che da noi si dice un pao, i contadini ci allestirono un banchetto, e invitammo il Tar con Aquila. Disgraziatamente verso sera mi venne uno dei malditesta che mi venivano allora, e così non potei parteciparvi. Passai la sera disteso in mezzo ai cespugli davanti alla casa, un po' gemendo sottovoce, un po' ascoltando i discorsi dei convitati. C'era tutta la nostra squadra, le ragazze dei contadini, e gli ospiti; inoltre all'ultimo momento erano sopraggiunti anche il fratello e il papà di Enrico. Questa strana visita era del tutto eccezionale: il papà di Enrico si era messo in testa improvvisamente di andare a vedere che cosa faceva suo figlio su per i monti; îl fratello ci aveva mandato a dire di nascondere un po' di armi, e in generale di mettere in evidenza gli aspetti più placidi della situazione. Il banchetto in programma pareva adatto allo scopo. Poi a me venne questo malditesta, e andai a distendermi in mezzo ai cespugli.
La serata fu molto allegra; presentarono i due invitati al papà di Enrico, che era un dirigente d'industria a Valdagno; li salutò con molto garbo. «Aquila?» disse; «non mi pare un cognome di queste parti.»
Il Tar gli piacque, e lo volle seduto vicino. Sentivo pezzi della conversazione.
«Prima ho fatto portar via il Commissario,» diceva il Tar «e poi anche il figlio del Commissario. Adesso farò portar via la figlia.»
«La figlia?» diceva il papà di Enrico. «Anche la figlia?» «Evviva la figlia!» gridava Enrico. ...
.. La notte era umida di guazza. Sentivo l'acciottolio delle stoviglie, e le frasi pacate.
«Si fa un cerchio con questo filo di ferro attorno alla testa...» «E con questa pinza si dà una giratina ai capi intorcigliati...» «E alla seconda giratina...»
«E quando gli ossi della testa fanno cric...
»

Partiamo dall'ultima delle frasi che Meneghello attribuisce al Tar: chi legge Meneghello, dato il carattere leggero con cui scrive, ha l'impressione che fosse il Tar  a vantarsi di una tecnica di tortura che metteva in atto. Se si sa, invece, che il fratello del Tar, Ismene Manea, era stato ferocemente torturato presso la caserma Cella di Schio proprio con quella tecnica (poi fu ucciso facendolo sbranare dai cani) le affermazioni assumono un altro significato.

Ancora  sul commissario è quasi certamente Cecchi Umberto di Alfonso, cl. 26, studente, nonché milite della GNR, Btg. "Firenze"; Umberto ha una sorella; il 30 settembre (ma la data non è certa) vennero uccisi a Torrebelvicino due fascisti, il secondo dovrebbe essere  Ennio Mastellotto di Alberto, cl. 26, volontario nella PAR e figlio del capitano Alberto Mastellotto di Giovanni, cl. 1895, responsabile della squadra politica presso il Distretto Militare di Vicenza, la famosa "Cellula P"; Ennio ha un fratello, cl. 29, volontario nella divisione repubblichina "Italia". I corpi dei giustiziati furono gettati nella "spelonca", una sorta di voragine situata a Pievebelvicino.I due erano stati catturati dagli uomini del Tar il 19 settembre. Motivo dell'arresto è il fatto che il Cecchi era in possesso, grazie all'azione di alcuni infiltrati, dell'elenco completo degli appartenenti alla Brigata "Battisti".

Nelle sue memorie il Tar racconta che il Cecchi venne fermato con uno stratagemma: due partigiani vestiti da tedeschi. Portato in collina al comando partigiano venne messo sotto custodia assieme a due partigiani che fingevano di essere fascisti prigionieri. Dalle confidenze con questi "prigionieri" apparvero sia le responsabilità che le pericolosità del Cecchi.  Radio Londra diede ampio risalto alla notizia della presenza di un sistema di controspionaggio partigiano che aveva salvato la "Battisti". Venne dato l'ordine di catturare e portare al comando anche il figlio (Alfonso) del Cecchi e la figlia.

La conversazione riportata da Meneghello (che, ricordiamo, non era uno storico professionista e di basava sui suoi ricordi con qualche difficoltà a verificarli dato che scriveva in Gran Bretagna) si colloca quindi dopo la morte di Ismene Manea e prima dell'esecuzione del  Cecchi. Quando i fascisti presero prigioniero suo fratello Ferruccio era pronto a fare pazzie come l'assalto al carcere. Se avesse avuto in mano il Cecchi avrebbe proposto uno scambio di prigionieri.

Giuseppe Sella, nel libro di  Luca Valente "Un paese in trappola" racconta "ricordo bene quelli della spelonca, erano repubblichini. I partigiani li hanno uccisi, io ho sentito i colpi. Erano tre, due uomini e una donna". Ma la verità sulla morte del Cecchi e dei suoi familiari non è certa.Secondo il Trivellato Il Cecchi viene ucciso molto prima dell'episodio della spelonca alle Casare, mentre il figlio, intuita la sorte del padre, si vendica uccidendo l'informatore dei partigiani e solo successivamente viene preso e giustiziato.

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