I fascisti, a ancor più i nazisti, con la morte ci facevano l'amore. Così anche di fronte alla sconfitta non rinunciavano ad uccidere. Forse con la volontà di morire e di trascinare con loro quante più nemici possibili. E nemici non erano soli gli antifascisti, ma tutti. Così a Firenze, Torino e Milano, mentre la guerra era già finita e gli spari cessati, continuavano ad operare squadre di sicari, cecchini, che sparavano sulla gente.
A Milano, il 27 Aprile del 45, mentre le caserme dei fascisti rimasti in città erano assediate e dalla cintura industriale convergevano verso il centro le squadre militari delle fabbriche, la radio diede la notizia che dei fascisti, su un'auto giravano per la città sparando sulla gente. Si invitavano le square pertigiane a fermarla con tutti i mezzi. La macchina venne fermata da un gruppo del partito d'azione (Giustizia e libertà) che nello scontro a fuoco uccise gli occupanti. La squadra dei GL prese la macchina e si diresse verso il comando e venne fermata da altri partigiani. I GL non reagirono convinti di essere acclamati per l'azione condotta, vennero invece messi al muro e fucilati. A nulla valsero le loro proteste e la richiesta di contattare il comando; vennero passati per le armi.

La squadra che li uccise era della PasubioI e la comandava Marozin, nome di battaglia Vero.

L'episodio è narrato da Giovanni Pesce nel libro "Quando cessarono gli spari" e da Davide Pinardi in "Il  partigiano e l'aviatore".

Marozin si era, un'altra volta, distinto come quello che era sempre stato: un assassino.
Della sua attività nel milanese negli ultimi mesi di guerra si ricordano tre cose: l'esecuzione degli attori Valenti e Ferida, l'occupazione della zecca della RSI e, episodio meno noto, l'assassinio di altri partigiani pocanzi descritto. Dell'esecuzione degli attori tentò di caricare la responsabilità su Pertini (responsabile militare delle Matteotti) che mai se la assunse.

E' qui opportuno evidenziare alcuni comportamenti di Pertini e di altri responsabili militari della Resistenza coma Amendola o Longo. Questi combattenti della libertà non hanno avuto esitazione ad essumersi le responsabilità di atti di guerra anche discutibili e certamente impopolari. Amendola, ad esempio, si è sempre assunto le responsabilità di aver dato l'indicazione per l'azione di Via Rasella o di aver approvato la condanna a morte del Federale Solero di Torino. Se per un episodio minore come l'esecuzione di due fascisti Pertini non si è mai assunto la responsabilità è da credere che le dichiarazioni del Marozin siano state mendaci.

Che i combattenti  della formazione Vicenza, poi chiamatasi Pasubio quando operava a Milano, abbiano dovuto attendere il 1968 (ben 24 anni dalla fine della guerra) per essere riconosciuti partigiani qualcosa vuole pur dire, e questo qualcosa fu la difficoltà di distinguere, per la Vicenza, l'azione di lotta antifascista dalle azioni di criminalità comune che, come molte bande nate dalla crisi dell'ordine pubblico, vennero messe in atto nell'estate del 1944.

Con la gloria di essere apparso accanto ad una figura leggendaria come Pertini nei comizi della liberazione il Marozin, con alcuni fedelissimi,  partì immediatamente per Arzignano. Non è chiaro cosa avesse intenzione di fare. Le testimonianze, tuttavia, evidenziano un quadro comportamentale di immediata prepotenza non appena giunto ad Arzignano (si vedano le testomonianze del processo del 1960 QUI riportate) e la consistente azione delle forze partigiane locali per eliminare il Marozin e la sua banda.

La guerra partigiana dove ognuno metteva la sua vita nelle mani dei compagni aveva creato lealtà e fedeltà fortissime come pure odii profondi. Il traditore era odiato più del nemico. A volte non era necessario aver realmente tradito, ma bastava la convinzione di ciò per accendere l'odio. In Piemonte i fascisti sfruttarono abilmente tale aspetto per seminare divisioni interne alla resistenza che portarono anche ad uccisioni di innocenti. Il movimento partigiano attraversò, nell'inverno 44-45, una crisi gravissima risolta da Barbato con la nomina di un proprio "controspionaggio.

Nel vicentino la Garemi ebbe nella Katia la tragedia di una spia certa che portò alla morte di decine di partigiani, ma ciò salvò il movimento dal cancro dei sospetti interni. La Vicenza invece subì la crisi del rastrellamento di settembre con fughe (Marozin), diserzioni e qualche tradimento. Ciò non poteva non lasciare strascichi pesanti che molti dei protagonisti ritevenano potessero essere risolti solo con la morte di qualcun altro.

Collocare le vicende finali del Marozin entro uno schema di partigiani fedeli alle direttive del CLN di eseguire la condanna di morte del Marozin e di un Marozin ingiustamente perseguitato per la sua indipendenza politica è, assolutamente, riduttivo. Le risultanze del processo (vedi QUI) possono perciò essere valide sul piano giudiziario, ma del tutto inadeguate sul piano storico e politico.

Cercherò, perciò, di approfondire alcuni aspetti della tragedia del Marozin e della Vicenza, alla luce di elementi di valutazione emersi in tempi successivi al processo e, forse, meno legati alle passioni del dopoguerra.

Marozin

Lo schema proposto dal Marozin è sostanzialmente il seguente:

  1. La mia formazione non si è comportata diversamente dalle altre formazioni partigiane
  2. Sono e siamo stati accusati di gravi fatti perchè non ci sottomettevamo alle direttive del CLN che era dominato dai comunisti
  3. La mia condanna a morte è stata comminata da un CLN che in quel comento era composto solo da comunisti, quindi sono innocente di quanto mi viene ascritto
  4. Il valore della mia indipendenza e di quella della mia formazione è stato riconosciuto dalla missione Rye per la quale siamo diventati i combattenti riconosciuti del legittimo Governo italiano. Quindi la condanna del CLN è stata un atto di ribellione di una minoranza contro il Governo italiano, ciò in vista di una successiva presa di potere di tipo bolscevico.

Partiamo dall'ultimo degli assiomi del Marozin che, se fosse vero, getterebbe ombre pesanti sul CLN vicentino. Relativamente al CLN vicentino basterebbe ricordare che vi faceva parte un certo Ettore Gallo, poi presidente della Corte Costituzionale, che non era lì a occupare un comodo posto dato che fu catturato e torturato dai nazifascisti.  E' anche utile ricordare che il CLN e gli organismi militari della resistenza in taluni casi emanarono condanne a morte basate su valutazioni errate, ma non esitarono ad annullare tali condanne quando i fatti accertati dimostrarono che erano sbagliate. E' il caso, per ricordare la più nota, del TAR. Con il Marozin non vi furono, da parte del CLN di Vicenza, mai ripensamenti.

Sulla missione Rye riportiamo il giudizio di Miro Marchi, comandante della Avesani, formazione che combattè nel veronese.

"Una di quelle organizzazioni resistenziali fu la missione miliare RYE. Pare che fosse stata sbarcata tra la fine di novembre e i primi di dicembre del 1943 alle foci del Po da un sommergibile italiano proveniente dall'Italia liberata. Ne facevano parte il tenente Carlo Perucci, in veste di capo missione, e due suoi collaboratori, inviati al di qua delle linee tedesche dallo stato maggiore dell'esercito italiano con il compito di raccogliere informazioni sui movimenti delle forze tedesche fasciste, e di trasmetterle al comando delle truppe alleate a mezzo delle apparecchiature ricetrasmittenti di cui erano stati dotati. Inoltre la missione RYE aveva l'incarico di fornire dati sugli obiettivi militari da colpire con gli aerei, e di coordinare gli aiuti alle forze partigiane dislocate sulle montagne e nelle valli; e forse di effettuare qualche sabotaggio, frutto più che altro di iniziative personali.
Come ha scritto il gen. Silvio d’Amico, che non era certo un elemento di secondo piano della RYE, in un libro di recente pubblicazione: “Volutamente vennero esclusi attentati alle persone, perché non avrebbero avuto alcuna influenza sulle operazioni militari, mentre sarebbero stati causa di dolorose rappresaglie contro la popolazione civile.” Nessuna azione quindi contro soldati tedeschi e fascisti: un modo ben strano di fare la guerra.
La ragione precisa per la quale la RYE fu destinata a svolgere la sua attività proprio nella provincia di Verona, va ricercata forse nel fatto che lo stesso Perucci (n.d.r. “Il professore”) era veronese, quindi conoscitore dell’ambiente, con parecchi legami personali e nell’organizzazione cattolica, dato che prima della guerra era stato uno degli esponenti più qualificati dell’Azione Cattolica. Fu quindi relativamente facile a lui e ai suoi collaboratori trovare solidi appoggi in diverse canoniche, nelle quali furono create vere e proprie basi informative.
Della consistenza della RYE non è facile parlare, data la sua particolare funzione che la rese sempre indecifrabile. Una cosa si può senz’altro dire, che in altre parole essa non si limitò a svolgere un’attività informativa, ma più volte la si trovò in zone dove operavano altre formazioni partigiane, specie là dove vedeva la possibilità di affermarsi in posizione dominante, con i suoi incaricati in veste di “guastatori” o per gettare un “salvagente”, a seconda di come si presentava la situazione.
È il caso ad esempio dell’allora già squalificato Marozin, salvato dallo stesso Perucci quando stava per colare a picco sotto il peso delle sue malefatte e di una grave condanna da parte del CLN (n.d.r. Comitato di Liberazione Nazionale) provinciale di Vicenza. L’intervento del Perucci non servì che a prolungare l’agonia della Vicenza e a consentirle di perseverare in una condotta politica e militare che portò allo sfacelo dell’intera formazione.
Un altro esempio ebbe protagonista quel tale Fiorello, anche lui ex ufficiale dell’esercito, capitato sul Baldo verso la fine dell’estate 1944 con la pretesa di assumere il comando della Avesani. Costui, che faceva il pendolare dal forte Naole, dove aveva installato uno sparuto gruppo di suoi fedeli, e altre località abitate del Baldo, arrivò al colmo della sfrontatezza quando ci fece sapere che come rappresentante della missione militare RYE aveva il mandato di assorbire la nostra formazione e che qualora ci fossimo rifiutati, saremmo stati disarmati e rispediti nel vicentino.
(omissis)
Ci limitammo a fargli capire che sarebbe stato nel suo interesse scomparire al più presto dalla circolazione, cosa che egli non tardò a fare, lasciando per strada anche la superbia con la quale aveva fatto la sua comparsa sul Baldo.
La campagna di calunnie e di provocazioni contro la nostra formazione però non cessò affatto.
(omissis)
…. comparve un certo colonnello Ricca, alto, magro, calzoni sfilacciati, scortato da due persone.
(omissis)
….disse che era venuto per assumere il comando della nostra formazione.
(omissis)
Era un rappresentante, ci disse della missione militare RYE. Ancora lei!
(omissis)
Lo lasciammo andare ed egli, a sua volta, ci ringraziò e ci salutò molto cordialmente.
Altri esempi si potrebbero citare per dimostrare che i capi della RYE non sempre hanno operato per il rafforzamento della Resistenza. Ora poco importa sapere fin dove fossero in buona fede: quelli che contano sono i fatti e questi, purtroppo, dicono chiaramente che gli esponenti della RYE hanno spesso agito in funzione disgregante del movimento armato di liberazione, anche se è vero che gran parte dei loro collaboratori non erano d’accordo e non potevano quindi appoggiare quella linea di condotta militare e politica".
Nettamente diverso fu invece il comportamento della missione "Freccia" del maggiore Wilkinson che trovò ospitalità presso la Garemi, ma questa non è la sede per presentare i comportamenti differenziati. Quel che, ormai, è assodato è che la Rye operava in autonomia, se non in contrasto, con i CLN provinciali che non disdegnavano certo il rapporto con il Governo nazionale, ma che mantenevano attraverso proprie e sicure linee di comunicazioni.
Resterebbe, forse, da chiarire se il Marozin fosse consapevole del gioco in cui era stato inserito.

Devono, a questo punto,  essere fatte alcune considerazioni sulla cosiddetta "autonomia" di alcune formazioni. Le formazioni combattenti di montagna dipendevanno in maniera assoluta dai CLN territoriali che provvedevano a nutrirle, far giungere loro armi e denaro. La logistica era precedente alla stessa costituzione della banda. Relativamente alla Garemi alcuni come Nave, Tovo e D'Ambros avevano costituito una rete di rifugi, di famiglie che ospitavano i partigiani, di staffette che mantenevano i collegamenti, di collettori che nelle fabbriche raccoglievano danaro, vestiti e viveri.
I CLN territoriali e provinciali avevano inoltre una rete di informatori che faceva pervenire le informazioni sui rastrellamenti, sugli arresti, sulle spie. Questa rete permise di mettere a segno colpi essenziali come quello alla marina di Montecchio Maggiore o come quello di Malga si magazzini alimentari della Marzotto.
Essere fuori da questa rete significava dover provvedere al proprio sostentamento con i sequestri e rapine.
Data la zona in cui operava la Vicenza (territorio montano molto povero) la popolazione della Lessinia, inizialmente favorevole ai partigiani della Vicenza perchè negli stessi si collocavano la maggior parte dei renitenti locali alla leva di Salò, in pochi mesi non fu più in grado di mantenerli ed era automatico che se la Vicenza non si fosse collegata alla logistica del CLN sarebbe andata nella direzione delle rapine verso la popolazione, cosa che infatti avvenne.
L'adesione e la subordinazione al CLN provinciale e al suo comando militare era inoltre condizione necessaria per coordinare la lotta. Non poteva esistere un fronte di bande autonome perchè il nemico era in grado di concentrare forze soverchianti e annientare una alla volta le formazioni scoordinate. In termini militari sarebeb come se su un fronte di guerra un battaglione o un reggimento dichiarassero di non ottemperare alle direttive dei comadi superiori. Ciò in zona di guerra significa tradimento ed è punito con la morte del responsabile. Pare impossibile che il Marozin, che fucilava i suoi uomini che considerava traditori, non accetti la stessa logica e disciplina verso i comandi superiori.

L'ultima considerazione che voglio fare riguarda la struttura dei comandi. Nelle formazioni non vi era e non vi poteva essere democrazia. I comandanti, ad ogni livello non potevano essere "eletti". La struttura veniva cistruita per nomina sull'esperienza, ma chi nominava sapeva che potevano esserci nomine, anche di un capopattuglia, che non avessero l'approvazione dei subordinati. La struttura delle brigate Garibaldi, e della Garemi in particolare, da quanto emerge dai documenti pubblicati era comunque tale che gli avvicendamenti, le difficoltà e i contrasti trovavano sempre soluzione. La doppia struttura di comando militare e commissario politico permetteva tali compensazioni.

Il rifiuto del Marozin di aderire alla disciplina del CLN e del CM era soprattutto questo: rifiuto di adottare una organizzazione interna dove doveva confrontarsi con un altro livello di comando che era in rapporto con livelli gerarchici superiori.

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