IL PARABELLO

Meneghello ci parla del primo incontro che ebbe con lo Sten, quello che poi divenne noto come "parabelo"

"Cammina e cammina sui monti scabri a nord di Asiago; spun­ta il giorno, e schiarisce dossi e pianori. Su un pianoro schiarito, trovammo il primo vero reparto di montagna. Erano asiaghesi, do­vevamo far capo a loro fino al momento di metterci in proprio con gli amici attesi da Belluno e con altri compagni nostri in arri­vo dalla pianura. Tra un nodo di greppi, forse a due ore di cam­mino dall'Ortigara, erano disseminate alcune tende. Uomini vesti­ti da inglese si aggiravano di qua e di là, portando rami tagliati, sacchi; alcuni si radevano seduti davanti alle tende, alcuni smon­tavano o rimontavano armi.

Le armi erano entusiasmanti: c'era un'abbondanza di piccoli Sten, ce n'erano dappertutto. Fu qui che facemmo conoscenza con questo oggetto, che è restato per tanti di noi l'emblema principale di quella guerra. Si vedeva subi­to che non era un giocattolo come sono le armi di lusso, lisce e ben finite, coi profili acuti ed eleganti, dove si sente che tutto è calibratura, precisione, e la potenza si libera in seguito a scattini netti, minuti, disumani.

Il piccolo Sten non era questo; era rozzo metallo stampato, ri­finito alla buona, e spargeva i colpi in modo approssimativo, come a tirarli a mano, una manciata alla volta, ma naturalmente molto più forte. Tirava pallottole da nove. Il nove trionfa nella nostra guerra; queste pallottole andavano bene allo Sten, alle pistole, a tutto. Ne avevamo in tasca, nei sacchi, nei taschini delle bluse; al­la mattina infilando le scarpe (perché spesso ce le toglievamo, alla notte) si sentivano con la pianta dei piedi palle da nove ruzzolate in fondo alla scarpa. Nove, nove, perché nove? Il loro calibro era forse dovuto al caso, i nove millimetri chissà cosa sono in pollici; ma i numeri sono veramente mai a caso? Queste palle, queste scatolette bislunghe, contengono il succo di quella macchina che è lo Sten, e di quell'altra macchina che è una società in guerra; sono come i testicoli di un uomo, perché in esse c'è il point dell'intera faccenda, e il numero nove perfetto e misterioso è appropriato. Se ne prendeva una manciata e si cacciavano una per una nel carica­tore, che è lo scroto lungo rigido e nero del parabello, e contiene trentatré palle.

Nello ed io fummo ricevuti da un uomo basso e tarchiato, con una folta barba nera, che chiamavano il Castagna. Era di quegli uomini positivi, sodi, pratici di cui si sentiva istintivamente il biso­gno. Disse, quasi con riluttanza, come chi si trova costretto a chia­rire un punto che altrimenti non toccherebbe:

«Il direttore d'orchestra qua sarei io».

Spiegò la situazione, specie le armi e il materiale di cui avrem­mo potuto usufruire noi e i nostri futuri compagni; intanto ci fece portare un parabello ciascuno e disse:

«Avete pratica?».

Io dissi: «Un po'», e lui ci fece vedere i movimenti, poi disse: «È meglio non lasciarlo cadere quando non è in sicura». «Naturale» dissi io per mostrarmi subito all'altezza. «Può fucilarti il culo.»

«No» disse il Castagna. «Non è che può. Te lo fucila infalli­bilmente.»

«Dipenderà da come cade» dissi io, piccato.

«Non dipende» disse lui.

Spiegò che lo Sten era molto più pericoloso da solo che in mano a qualsiasi nemico; battendo per terra col calcio esplodeva un colpo, e faceva un saltello in aria nel corso del quale si ricari­cava; ricadendo esplodeva un altro colpo, e così via. Il guaio era che questo fuciletto era bilanciato in modo che ricadeva sempre col calcio; inoltre non sparava semplicemente in aria, ma roteava abbassando gradualmente l'angolo di tiro, e descrivendo un cer­chio completo più e più volte finché aveva finito il caricatore. In questo modo la certezza della fucilazione del culo era praticamen­te assoluta."

 

Sten smontatoLo Sten fu conosciuto sia dai partigiani che dai fascisti come il parabello (parabelo in dialetto); il nome derivava dalla cartuccia 9x19 parabellum che era alla base del munizionamento. Non era l'unica arma ad usare tale calibro; 9x19 era la maschinen pistole tedesca, il PPSH (pepeschià russo), il MAB (moschetto automatico Beretta) italiano, la grease gun americana, il SOUMI finlandese. Erano pure calibro 9 le pallottole delle pistole.

Questa comunanza di calibri fra armi diverse permetteva ai partigiani un più facile approvvigionamento di munizioni. Cosa non altrettanto facile per i fucili dove vi era il calibro 6.5 del nostro 91, 7.92 del mauser 98k, 7.62 dei fucili inglesi e americani; per non parlare della diversità dei bossoli quando il calibro della palla era uguale.

Ma come era nata questa arma rozza ed efficace?

Tutte le armi di questo tipo derivano da un fucile  che sparava a raffica introdotto dai tedeschi nel 1918 e destinato alle proprie truppe d'assalto per spazzare le trincee: era importante il volume di fuoco, non la precisione. Il principio di funaionamento era semplice: una molla spingeva le pallottole in un caricatore filare a scatola, un otturatore a massa battente camerava la cartuccia, l'esplosione della cartuccia spingeva indietro l'otturatore, la spinta della molla del caricatore faceva uscire il bossolo e camerava un'altra cartuccia.

Fin dall'inizio vi furono diverse vedute su dove mettere il caricatore. I tedeschi nel 1918 lo avevano messo a sinistra perchè ciò permetteva di sparare stando sdraiati. I francesi accettarono il modello della mira d'agguato (sdraiati), ma pensarono di mettere il caricatore verticale. I russi preferirono abbondare e ricorsero ad un caricatore a tamburo da ben 72 colpi. Gli italiani con il MAB  costruirono un mitra eccezionale con una delle canne più lunghe (e quindi più preciso) tra tutte le armi simliari, adottarono per questo il caricatore filare in basso.

 

STEN PARABELLOl nome Sten unisce le iniziali dei cognomi dei suoi disegnatori (maggiore Reginald Shepherd e Harold Turpin) e Enfield, la località sede della fabbrica che lo produceva. Il gran numero di armi perse nella battaglia di Dunkerque e il notevole allargamento che ebbe l'esercito britannico dopo l'entrata in guerra fecero aumentare notevolmente le richieste per il mitra americano Thompson ma, non riuscendo a riceverne a sufficienza, fu commissionata alla Royal Small Arms Factory la realizzazione di una pistola mitragliatrice semplice ed economica. Il risultato fu un'arma composta da pochi pezzi, realizzati principalmente per stampaggio, in modo da ridurre il più possibile le saldature. I componenti venivano realizzati da piccole industrie e assemblati poi nello stabilimento di Enfield. Le versioni successive furono ulteriormente semplificate, fino a ridurre a  solo cinque le ore di lavoro necessarie per realizzarlo

 

Lo Sten era un mitra dalla meccanica semplice ed economica, dalle dimensioni ridotte e dal peso contenuto, con una discreta capienza di munizionamento. Utilizzava proiettili 9x19 mm Parabellum, le stesse usate dalle pistole (mitragliatrici e no) di produzione tedesca, in modo da consentire l'utilizzo anche di munizioni eventualmente reperite sul campo o requisite dai depositi e dagli arsenali nemici. Il caricatore conteneva 32 colpi posti su due file con disposizione alternata, spesso causa di malfunzionamenti a causa della semplicità con cui era realizzato il meccanismo di scorrimento dei proiettili. Oltre a questo i soldati lamentavano spesso la mancanza di precisione, dovuta all'eccessiva semplicità del sistema di mira. Il calibro, le dimensioni e la meccanica dell'arma la rendevano valida principalmente a corta distanza.

 

Per conoscere la fine del parabello di Meneghello bisogna cercare in un'altro libro: Bau sète:

"Le assunzioni erano in mano di un Dottore che intervistava personalmente gli aspiranti e — così mi avevano detto — assegnava i posti in modo imparziale, nel senso che a tutti indistintamente chiedeva come contropartita, alle ragazze delle prestazioni personali (lì in ufficio, letteralmente sui due piedi), ai giovanotti la consegna di un'arma da guerra. Queste armi — mi era stato spiegato — le riconsegnava poi a sua volta ai carabinieri di Schio, tramite l'Anpi, o forse l'Arciprete, non mi ricordo; non era insomma un anarco-reazionario, anzi un benemerito della Repubblica, in collusione non solo "obiettiva" ma anche vera e propria con tutte le "forze" che rastrellavano i parabelli.
Momi mi disse quanto importante era per lui la faccenda. Guai se perdeva questa occasione, non voleva più lavorare i campi, ne aveva le scatole piene, troppa fatica, sempre sull'orlo della fame... Mi pareva di sentire parlare l'Italia contadina, come se si fosse ridestata in quel momento, e invece di cingersi l'elmo, si fosse messa a esclamare: « Sono stufa! ».
A Schio gli avevano detto: « Se non hai più il tuo, trovatene un altro », ma lui non era riuscito a trovarlo, pareva che di liberi nella zona non ce ne fossero più... Non sapeva cosa fare, forse provare a tornare su dal Dottore insieme con la Zaira, sua sorella mezzana... Cosa ne pensavo io?
Guardiano notturno: per chi doveva in ogni caso "andare sotto padrone" era un posto molto ambito a quel tempo, una sistemazione ideale. Si sta lì alla notte a non far niente. Tutto è pace e silenzio. I macchinari dormono. Si fanno giretti, si sonnecchia. È una vita da papi. Ti hanno ridato perfino il parabello come strumento di lavoro, col permesso dei carabinieri, ma più per bellezza che per bisogno"

e fu così che Meneghello si separò dalla sua arma che aveva già perso nel rastrellamento del 5 giugno 44 e ritrovato alla fine della guerra.

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