Il 5 giugno la banda del "Capitano Toni" ad asiago fu coinvolta in un grande rastrellamento. Meneghello così lo racconta ne I piccoli maestri

"Pensavo a una processione di scarafaggi in fila per due, cia­scuno col suo candelino infilzato sulla schiena.

Non c'era alcun dubbio che venivano espressamente da noi. Alle nostre spalle, verso nord, c'era ancora un bel pezzo di bosco fino all'orlo superiore dell'Altipiano, dove stanno i Castelloni di San Marco e la Caldiera. Nascondemmo ordinatamente tutto il materiale, perché non è il caso di farsi rastrellare coi sacchi, e poi ci dividemmo in gruppi. Io ero con Dante, Enrico, Renzo, Mario, Bene e Rodino.

Antonio con un paio di squadre si avviò direttamente a nord. Forse ci dicemmo "ciao" con Antonio, ma non mi ricordo. Finiva la notte. Questo è il punto che lui se ne va, per le sue strade, col braccio al collo, fuori della mia vita.

Noi sette, ci aggirammo nel bosco tutta la mattina, scegliendo i punti da dove si vedeva la strada militare che va al Lozze e al­l'Ortigara. I posti parevano nuovi, nelle radure c'era la guazza. Eravamo senza roba da mangiare, ma spostandoci verso ponente a un certo punto comparve un gran cespo bianco in mezzo ai rami dei pini: il paracadute che si era perduto nell'ultimo lancio. Lo avevamo cercato ore e ore, e questa volta lo trovammo senza cer­care: sull'Altipiano è così.

Tagliammo le corde e sventrammo il ci­lindro, pensando tutti la stessa cosa: Gesù Bambino, fa' che non siano armi. Infatti era roba da mangiare, e lodammo Gesù Bam­bino sinceramente. Mangiammo subito cioccolata e sardine, alla sua salute, che si conservi e abbia sempre latte d'asina e datteri se Erode dovesse rastrellarlo un'altra volta, quel vigliacco impotente.

Dagli orli del bosco si vedevano le colonne raggrupparsi, e formarsi i cordoni e le file indiane; c'erano migliaia di soldati; le staffette in sidecar andavano e venivano, a qualche centinaio di metri davanti a noi. A metà della mattina mi venne paura; fu l'unica volta che ebbi veramente paura durante la guerra.

Era evi­dente che eravamo in trappola: mi ero sempre figurato un centi­naio di uomini che ti rastrellano, diciamo duecento; ma qui era tutto pieno dappertutto. In principio si aveva il senso di avere te­deschi davanti, e spazio alle spalle; ma poi questa impressione andò a farsi benedire, si sparava anche dietro di noi, dove girava­no i nostri compagni, e si capiva che potevano arrivare da qualun­que parte. Avevamo due o tre caricatori per ciascuno, e qualche bomba a mano: cinque minuti.

Dante ci aveva fatto mettere in una conchetta tra i pini. «Adesso stiamo qua» disse. Fu a questo punto che mi venne la paura. Era proprio paura, un'esperienza eccitante. La cosa disgustosa è quel paio di minuti quando avvisti la processioncina in arrivo e quando dici  va bene è proprio vero. Mi pareva più facile andargli incontro. Per fortuna c’era Dante il quale o non aveva paura o non si vedeva assolutamente.

«Cosa facciamo quando li vediamo?» dissi a denti stretti, che delle volte non battessero.

«Non pensare» disse Dante. Infatti aveva ragione, basta non pensare.

La prossima cosa che mi ricordo siamo tornati alla Fossetta. È sera, il rastrellamento è terminato, i camion stanno andando via da Marcésina. La malga non c'era più: misuravamo coi passi i re­sidui neri, ed è incredibile quanto appariva piccola. Parte dei sac­chi nascosti li avevano trovati, parte no.

I due inglesi erano stati catturati, il resto uccisi, qualcuno di­sperso. Ne ritrovammo solo due, Vassili e un altro. Erano della squadra che aveva il prigioniero. Mi ricordo solo che siamo seduti per terra, in circolo, e io dico: «Lo avete ammazzato il prigionie­ro?» e loro dicono: «No». Mi strappai la coccarda tricolore che portavo sulla camicia cachi, e la gettai per terra come per romper­la, senonché essendo un nastro non si ruppe.

La storia di Lelio è strana: uno dei due inglesi catturati, Dou­glas, era lui. Il Douglas vero era disperso, e ricomparve più tardi in Altipiano.

La cosa più brutta in questi rastrellamenti era la certezza di non poter essere fatti prigionieri. Se andava male, andava male in un modo solo. Si cercava in confuso di prepararsi per quel mo­mento, l'unico che suscitasse vera repulsione, trovarsi ancora vivi in mano a loro. Qualche volta mi domandavo stancamente se qualcuno di noi non potesse passare per inglese, con Walter e Douglas. Io sapevo un po' la lingua, ma i miei capelli neri mi avrebbero fatalmente fatto scambiare per un italiano prima che avessi il tempo di metterla in uso; Lelio aveva inconfondibili ca­pelli biondo-nord, ma non sapeva l'inglese, e così avevo scartato anche lui.

Era vicino a Walter quando prese la prima botta in testa, e cosa fu Walter a parlare. Quando arrivarono davanti all'interprete in pianura, la cosa era già impostata. L'interprete faceva le do­mande, e Lelio taceva. Walter spiegò che questo Douglas suo compagno era gaelico, e capiva soltanto il gaelico: di inglese sape­va solo fochinàu; così Lelio con la sua identità gaelica fu portato in un campo di prigionieri inglesi, e poi in Germania, e restò li per tutta la guerra, dicendo ogni tanto fochinàu."

 

Nei giorni precedenti, i nazi-fascisti avevano rafforzato i loro presidi sull'altopiano e avevano mandato avanti delle puntate di assaggio  Il movimento di unomini e mezzi per il rastrellamento non passa inosservato e le staffette la sera del 4 giugno avvertono del pericolo il comando della “7 Comuni” e il gruppo di “Toni” Giuriolo (i Piccoli Maestri di Meneghello). Nella notte i reparti  partigiani si attestano su zone più sicure e più facilmente difendibili.

I nazi-fascisti, già all'alba, raggiungono le località che dominano le strade e i sentieri della zona nord dell'Altopiano. Con gli  autocarri  salgono da Enego e da Foza nella Piana di Marcesina, diretti a Malga Fossetta e Castelloni di S. Marco; da Gallio, verso Malga Fiara e sul Longara; da Asiago, per la Val di Nos e per lo Zingarella, verso Bosco Secco; da Camporovere a Roana, per la Val d'Assa, Val Renzola, Val Galmarara, verso il Corno Bianco, Bivio Italia, Bocchetta Portule; dalle Vezzene e dalla Valsugana, altri reparti chiudevano l'accerchiamento da nord.

Nelle prime ore del 5 giugno, mentre ancora non è spuntata l'alba, viene investito l'accampamento del capitano Giuriolo a Malga Fossetta...” dalla testimonianza scritta di A. Zeroni.

Cadono Ferruccio Piccioni e Siro Loser da Roana, Galla Gaetano da Vicenza, Thiella Giovanni Battista da Sarcedo, e Rinaldo Rigoni “Moretto”.

Alle ore 9 i nazifscisti bruciano Malga Fossetta. Alle ore 10,00, viene incendiata la cascina di Malga Mandriele di Marcesina, gestita dal malghese Rigoni Matteo di Gio Batta e proprietà della Comunità di Rotzo.

Una Compagnia del Battaglione “7 Comuni” si scontra con i tedeschi e repubblichini a Malga Busette. Nonostante le perdite i pargigiani riescono a sganciarsi, ma tre giorni dopo (8 giugno), un nuovo rastrellamento investe la zona della Val di Nos, dello Zingarella e della Colombara (cade in combattimento il Partigiano Rodino Fontana) che era nel gruppo di Meneghello.

Sulla morte di “Moretto” vi è uno straordinario racconto di Mario Rigoni Stern pubblicato nel libro “Racconti della resistenza” della Einaudi, ne riportiamo un passo

“La morte del "Moretto" e il recupero del suo corpo
"Da come avevano ricostruito il combattimento del 5 giugno, risultava che il Moretto e qualche altro si erano ritirati sparando e facendosi seguire da un grande numero di tedeschi e russi fino sull'orlo dei Castelloni di San Marco, che precipitano sulla Valsugana. Lì si erano difesi all'ultima cartuccia; cosa era avvenuto dopo non si sapeva. Bruno Parent aveva interrogato un fascista che aveva partecipato al rastrellamento e sembrava che il Moretto, per non farsi prendere vivo, fosse saltato dalle rocce"

Rigoni Stern, assieme a compaesani e a Vasilij Melnikov, si occupa del recupero del corpo di Rinaldo Rigoni, che viene ritrovato non senza fatica l'anno successivo al rastrellamento di Malga Fossetta, in uno strapiombo presso i Castelloni di San Marco.

Ricorda ancora Rigoni Stern: "Lo portammo giù tra la pioggia gelida e la grandine; alla chiesetta degli alpini del Bassano ci fermammo per ripararci dal temporale. Sul camion lo ricoprimmo di fiori gocciolanti e due giorni dopo ebbe un funerale che nemmeno un re avrà mai".

 

Le notizie delle forze che parteciparono al rastrellamento non sono precise.  E’ certo che vi furono i seguenti reparti:

Legione d'Assalto "Mussolini" della GNR (Guardia nazionale Repubblicana)

E' costituita a Verona nell'autunno 1943 sotto il comando del maggiore Galizia e successivamente del maggiore Boccaccini.

Il suo 1° Btg, è un reparto in gran parte costituito da giovani provenienti dai battaglioni e compagnie della GGL ed è comandato dal capitano Canzia; dislocato ad Asiago, il 29 maggio partecipa al rastrellamento della Val d'Assa.

Il suo 2° Btg risultava in formazione con volontari delle “Fiamme Bianche” e gruppi di ex-renitenti.

La Legione, aggregata alla 1^ Divisione GNR “Etna”, è successivamente sciolta; dopo specifico corso a Bassano, è suddivisa in vari reparti contraerei dipendenti dal 4°Flak pesante (Maj Blok) dislocato col 310° Gruppo da Forlì a Bologna, a protezione della SS 9 “Emilia” (in www.repubblicasocialeitaliana.eu)

Battaglione "Ordine Pubblico" di Vicenza della GNR in 3 compagnie

3° Btg. 12° Rgt. SS di Polizia


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