Meneghello parla dei comitati locali, da cui dipendevano i rifornimenti e le informazioni per le unità in collina e nei boschi

Da  "I piccoli maestri"

"I comandi militari in pianura erano prima di tutto in funzione di queste utili ombre, e perciò davano spesso l'impressione di or­gani troppo cauti e benpensanti: in verità tra i comandanti di pia­nura ce n'erano di bravissimi, come il nostro Conte barbuto a Santomio, e i giovanotti dinamici che governavano la linea dei paesi sul nostro orizzonte orientale, da Dueville a Thiene, agli im­bocchi della Val d'Astico.

Questi intendevano sul serio fare la guerra, e lavoravano in pianura per estrarre dalle leve territoriali nuovi nuclei di formazioni dí monte; il loro mestiere era forse più pericoloso del nostro, e non si può certo dire che non pagassero di persona.

Di quelli che conoscevamo meglio, uno fu impiccato, uno deportato, e un paio uccisi in scontri a fuoco; il nostro conte, preso a settembre dai ceffi di S.Vito, e interrogato attraverso l'osso sacro, e in altri modi, riuscì a convertire uno dei carcerieri, negli intervalli dell'interrogatorio, e fuggì con lui: e stranamente fu poi il carceriere, in veste di partigiano, a restare ucciso dai fa­scisti."

 

Augusto Ghellini "Barba"Il conte di cui parla Meneghello è Augusto Ghellini, noto come "barba", ma anche come "Il Professore", nativo di S. Tomio di Malo, realmente di famiglia nobile, viene richiuso nella carceri di Torrebelvicino dai fascisti della Tagliamento. Giovane studente universitario ha un ruolo di rilievo nell'organizzazione partigiana: prima ufficiale di collegamento per conto del comando provinciale del CLN, poi alla testa del battaglione autonomo "Cesare Battisti". Catturato ai primi di settembre dalla 5^ compagnia della Tagliamento, stanziata a S.Vito di Leguzzano.

I partigiani organizzano un attacco al presidio allo scopo di liberarlo, attacco che doveva coinvolgere anche la brigata Stella (si veda in tal senso le notizie sul rastrellamento della piana), che però si risolve in un fallimento per l'indisciplina di una pattuglia comandata da Francesco Gasparotto ("Furia") che non rispetta il rinvio deciso dai vertici.

A seguito del fallito attacco Ghellimi viene trasferito nelle carceri dell'UPI della Tagliamento a Torrebelvicino. Qui viene torturato.

Un milite della tagliamento, il sergente maggiore Umberto Viretti di Torino (classe 1909) ormai in crisi per le dissennate azioni della Legione, prende occasione del rapporto con un importante esponente della resistenza per disertare e passare con i partigiani. Il colpo, praticamente senza complicità esterne, ha successo.

Il Ghellini, ormai bruciato nella zona, si sposta in Piemonte e il Viretti entra nella formazione del Tar. Muore non per mano dei fascisti, ma per un tragico incidente pochi giorni dopo la liberazione quando salta in aria il deposito di mine antinave dell'ex X MAS, a Montecchio Maggiore, piantonato da alcuni partigiani tra i quali si trova il Viretti stesso.

 

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