Il 13 marzo Vienna insorgeva e Metternich doveva fuggire. Il 18 marzo insorgeva Milano che, con le famose 5 giornate, scacciava la guarnigione austriaca. Quasi contemporaneamente Venezia. Mentre il Radetsky si ritirava nel quadrilatero (Peschiera-Verona-Mantova e Legnago) a Vicenza una delegazione vicentina formata da Sebastano Tecchio, don Giuseppe Fogazzaro e Giuseppe Mosconi si recava a Venezia dove veniva accolta da Daniele Manin che forniva 1300 fucili che venivano trasportati di nascosto in città. Gli austriaci di Vicenza nel frattempo ricevevano l'ordine di unirsi all'armata in Verona. I Vicentini con stratagemma riuscivano a salvare la cassa della città che gli austriaci dovevano portarsi appresso.

Il 23 marzo Carlo Alberto dichiara guerra all'Austria, entra in Lombardia e procede fino a Verona accampandosi sotto le mura della città a Santa Lucia. In maniera confusa altri stati della penisola e la stessa Svizzera mandano reparti dei loro eserciti regolari che si sono offerti di combattere come volontari contro l'Austria. A Vicenza arrivano svizzeri e romani che vanno a rinforzare le milizie cittadine che nel frattempo si erano formate. Il primo scontro a cui partecipa questa eteogenea compagine è quello di Sorio di Montebello il 7 aprile dove le avanguardie del Vicentino si scontrano con la cavalleria austriaca che svoge funzioni di ricognizione e copertura. Lo scontro è sanguinoso e cadono una cinquantina di giovani; militarmente parlando fu una battaglia del tutto impari tra volonterosi impreparati e male armati e soldati addestrati.

Nel frattempo, e non è cosa da sottovalutare, Vicenza si dà un governo, nominato dalla precedente giunta e da venti cittadini di tutti i ceti, costituito dal Podestà Gaetano Costantini e da altri sei componenti: don Giuseppe Fogazzaro, don Giovanni Rossi, Luigi Loschi, Sebastiano Tecchio, Giovanni Tognato e Bartolomeo Verona. Di tale governo si devono segnalare due cose: la presenza di due religiosi che indica una spaccatura nel clero locale che aveva in genere un posizione di neutralità e la separazione da Venezia. Il Governo di Vicenza nasce come autonomo dalla Serenissima e questo avrà gravi conseguenze militari

 

 

LA POSIZIONE STRATEGICA DI VICENZA

Radetsky aveva concentrato tutte le sue forze a Verona. Confidava che a Vienna la situazione politica si chiarisse in breve e, ne era certo, chiunque salisse al governo non avrebbe abbandonato una armata in Italia. Le vie attravrso cui potevano giungere i riforzi erano, come ai tempi della campagna d'Italia di Napoleone, tre: il Brennero, Il tarvisio e la soglia di Gorizia. Fino a Trento le linee di comunicazione erano sicure, ma erano bloccabili da forze esigue a Rivoli (come Napoleone aveva dimostrato), era necessario fossero mantenute libere la Valsugana e i passi degli altopiani trento/vicentini. Le linee di comunicazione attraverso il bellunese erano minacciate dalle milizie di Pier Fortunato Calvi, il Tarvisio era libero fino alla pedemontana. Su tutte le linee di comunicazione che dalle Alpi arrivavano a Verona, con la sola eccezione della Valle dell'Adige, la città di Vicenza stava come un minaccioso ostacolo. Per tenersi aperte tutte le opzioni, compresa quella di una ritirata, il Radetsky doveva liberarsi di Vicenza.

La città era dotata di mura medioevale che non avrebbero resistito ad un assedio con moderne artiglierie, ma che costituivano un ostacolo formidabile per un assalto finalizzato ad un colpo di mano. A Nord e a Sud Est il terreno era paludoso attravrsato da poche strade facilmente difendibili, ma l'elemento di forza di Vicenza era anche la sua debolezza. Quel colle con il santuario che si prestava bene alla difesa una volta conquistato avrebbe posto la città sotto il tiro delle artiglierie costringendola alla resa.

A maggio la prima spedizione di rinforzo/soccorso a Radetsky scese in Italia dal tarvisio sotto il comando del generale Nugent che occupava Udine vanamente contrastato dai volontari delle truppe pontifice. Il 20 maggio si portava sotto le mura di Vicenza tra porta S.Lucia e B.go Casale. A Vicenza, messi sull'avviso dalla sconfitta di Udine, erano giunti rinforzi da Padova e Venezia. Il Nugent aveva 16.000 uomini che lanciò all'assalto, ma venne sanguinosamente respinto. Valutando che la sua missione era quella di portare munizioni e rinforzi a Verona il generale Thurn-Taxis che era subentrato al Nugent abbandonava l'assalto e si dirigeva su Verona. Veniva inseguito il giorno 21 dai volontari a cui rispondeva con un combattimento di retroguardia a Olmo. Il sopraggiungere di 5.000 soldati svizzeri e pontifici limitava la sconfitta degli italiani.

Il Radetsky, tuttavia, faceva fermare la colonna a S.Bonifacio e impartiva disposizioni a Thurn di rinnovare l'attacco.

I vicentini che seguivano la colonna del Thurn videro che stava ritornando verso Vicenza e consapevoli della debolezza dei Berici allagarono, con il Retrone, la zona di S.Agostino in modo da ostacolare un eventuale attacco verso il monte. Per impreparazione o sottovalutazione gli austriaci attaccarono frontalmente. I difensori della Loggetta vennero sopraffatti, ma si resistette alla Polveriera sistemata alla "Rocchetta" (sull'attuale via Mazzini) e a Porta S.Croce con il bastione d'angolo verso l'attuale viale Trento. Da queste posizioni l'artiglieria vicentina riuscù aparando a mitraglia a mettere in fuga gli assalitori e con il fuoco di controbatteria a mettere fuori uso un paio di cannoni austriaci. Gli austriaci tentarono più volte, durantea la notte e sotto un violento temporale, l'asslto frontale, ma furono respinti. Il poderoso corpo d'armata di 16.000 uomini se ne tornò a S.Bonifacio

Vicenza era salva. La sollevazione iniziale di pochi giovani e dei volontari accorsi era diventata sollevazione popolare

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