Qualche spiegazione sul Partito Nazionale Fascista.

Oggi chi non c’è vissuto e soprattutto i giovani del III Millennio hanno una vaga idea di cosa è stato il regime del PNF (Partito Nazionale Fascista, diverso dal PNFR Repubblicano). La destra e alcuni intellettuali cialtroni inquadrano il ventennio sotto la voce “Totalitarismo” e la equiparano  ad altri totalitarismi (es. lo Stalinismo).
Facciamo innazitutto chiarezza su questo profilo politico.

I somari raglianti inquadrano il totalitarismo assieme ad altri –ismi, come un assetto ideologico culturale al pari del liberalismo, comunismo, fascismo, socialismo, manicheismo, ebraismo, antisemitismo e chi più ne ha, più ne metta. I cosiddetti –ismi sono profili ideologici che prescindono  dall’organizzazione dello Stato e della Società. Identificare (e vale anche per il fascismo) l’assetti ideologico con una forma di Stato è una operazione di vera e propria mascalzonata intellettuale.

Hannah Arendt fu la prima a definire lo Stato totalitario; La Arendt mise n fiila alcune caratteristiche che definivano lo Stato totalitario e come queste si erano sviluppate. Nella sua analisi (leggere il grande libro La nascita dello Stato totalitario) la Arendt spiega la nascita di questa forma di Stato con il venir medo di una serie di bilanciamenti e di controlli che erano alla base dello Stato di Diritto e dell’assetto liberale. Non isola la questione dello Stato totalitario nella dittatura.

Quello che qui voglio chiarire non è tanto l’assetto ideologico del PNF quanto la sua reale organizzazione.

Innanzittutto va chiarito che lo Stato a cui il fascismo diede l’assalto e che conquistò era cosa ben diversa da quello che conosciamo oggi. Era uno Stato “aristocratico”, basato sul privilegio, dove il potere legislativo era nelle mani di una parte ristretta della borghesia e dove metà del parlamento (i senatori) erano di nomina regia e non eletti.

Poteva votare solo chi aveva un certo reddito e le funzioni elettive (non solo quelle parlamentari) non erano retribuite; ciò ovviamente comportava una selezione per censo e solo con la costituzione del Partito Socialista si  ebbero professionisti della politica stipendiati dagli elettori. Fino al 1913 i cattolici, per disposizione papale non parteciparono alle elezioni. Lo Stato era privo di una Costituzione. Aveva lo Statuto Albertino (di Carlo Alberto risalente al 1848, che era stata graziosa concessione mai prodotta da alcuna assemblea elettiva)

Questa situazione portava i comunisti (e gli stessi fascisti) a considerare le esistenti forme di democrazia dello Stato come una dittatura della borghesia che doveva e poteva essere rovesciata.

Pare paradossale, ma il PNF raccoglieva non solo la protesta, ma l’istanza di partecipazione che veniva dalle grandi masse che si erano dissanguate nella grande guerra e che reclamavano in qualche maniera la restituzione del prezzo di sangue pagato.

Come noto il fascismo arrivò al potere con un colpo di stato tollerato dalla monarchia; immediatamente tuttavia mise in atto una modifica della legge elettorale (1924) che diede al PNF la maggioranza assoluta della camera; la stessa legge tolse potere legislativo al Senato relegandolo a ruolo di consulente.

Vale la pena di ricordare le caratteristiche di questa Legge Elettorale nota come Legge Acerbo, le elezioni avvenivano su base proporzionale, ma al partito primo arrivato su base nazionale veniva assegnata una quota del 60% dei seggi.

E qui emerse la prima caratteristica del PNF: la base nazionale. Mentre la vecchia democrazia liberale si articolava su comitati elettorali locali attorno a singole figure il PNF si presentava come un movimento nazionale. Una macchina da guerra che schiacciò anche con la violenza gli altri candidati. E chi non era stato schiacciato durante le elezioni venne ucciso (Matteotti).

Dopo l’uccisione di Matteotti i deputati abbandonarono il parlamento chiedendo l’intervento del Re. La risposta di Mussolini fu d dichiarare decadute le garanzie parlamentari e arrestare i comunisti e gli oppositori e di mettere in fuga verso l’estero i meno compromessi.

Non vi furono più elezioni con la Legge Acerbo; le successive elezioni vertevano su plebisciti su listone unico nazionale; ma i parlamenti così eletti non venivano nemmeno convocati dato che nel frattempo il potere decisionale era passato al Gran Consiglio del fascismo (quello che il 25 luglio fece cadere Mussolini) che comprendeva il PNF, I vertici dell’esercito, i vertici dell’industria e degli agrari.

Conquistato il potere il fascismo si impegnò a costruire un partito come non si era mai visto al mondo. Mentre le imbelli democrazie liberali si esprimevano attraverso democrazia rappresentativa e l’Unione Sovietica realizzava la dittatura di un partito leninista (pochi e  e fedelissimi) sul resto della società in Italia il fascismo costruiva un partito che doveva inglobare tutti gli italiani, dalla culla alla tomba.

Vennero così avviate forme di partecipazione sociale (Associazione Combattenti e reduci, Associazione mutilati e invalidi, Opera nazionale infanzia, opera nazionale balilla, sindacati fascisti, etc) anche con interessanti e lodevoli iniziative e realizzazioni come le colonie marine e montane o gli ospizi per ex combattenti. Tutte queste organizzazioni trovavano collocazione in sede locale, per la maggior parte, nelle case del fascio.

Per quanto possa sembrare incredibile il PNF aveva una base ideologica debole ed elastica. Non occorreva essere convinti: se ti iscrivevi al circolo sportivo eri automaticamente iscritto al PNF.

Poi, ovviamente, c’erano molti altri elementi di pressione: non avevi certi posti di lavoro se non eri iscritto al PNF e, viceversa, eri disoccupato e dovevi emigrare se ti opponevi.

In sintesi l’idea di Mussolini (che poi venne accolta da Spagna, Portogallo, Grecia, Bulgaria, Polonia e, ovviamente Germania) era che ogni nazione dovesse avere un proprio partito nazionale: se eri italiano e patriota dovevi essere fascista, se eri comunista eri un emissario di una potenza straniera.

Del ventennio è pervenuta ai giovani prevalentemente la percezione di una mancanza di libertà e di persecuzione di chi la pensava diversamente dal fascismo, ma non è pervenuta la percezione, allora, di gran parte della popolazione, che in precedenza era stata esclusa di ogni forma di decisione, di essere qualche modo considerata e contare presso il gerarca molto di più di quando doveva presentarsi al padrone della terra con la tesa bassa e il cappello in mano. Se questo non viene considerato non si capirebbe il consenso relativo che ebbe il PNF nelle regioni meridionali

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