Mi colpì, verrso il 1975, un omicidio. Il Vallanzasca, fermato da un vigile che gli aveva chiesto la patente gliela consegnò e, mentre questo la controllava, gli sparò uccidendolo.

Mi colpì perché non era un delitto di furia come spesso succedeva che qualcuno in un momento di rabbia piantasse un cacciavite nel cuore di un altro, non era un delitto di mafia o di criminalità organizzata dove, alle spalle, c’era una logica seppure perversa. No, questo giovane (Vallanzasca) aveva con freddezza ammazzato un povero diavolo per una ragione banale. Se era ricercato poteva sgommare e scappare, poi magari lo inseguivano, c’er ail conflitto a fuoco e poteva morire lui o gli inseguitori. Così invece si mostrava l’assoluta indifferenza del bel Renè alla vita umana. Non era nemmeno crideltà o malvagità: il Donato Bilancia, serial killer che ammazza 14 persone, no, era, come dicevo indifferenza.

Stavo studiando sociologia e antropologia e le materie mi diedero qualche spunto di riflessione. Premetto che la sociopsicologia è assolutamente non deterministica: le stesse situazioni possono dare comportamenti molto diversi, comunque vi erano alcune valutazioni di fondo:

  1. L’uccisione interspecie è limitata (cane non mangia cane); in genere limitata alla stagione degli accoppiamenti per conquistare il diritto ad accopiarsi con le femmine. Questo orientamento naturale porta nell’uomo, a generare un tabù verso l’uccisione, in particolare verso l’uccisione delle femmine.
  2. La cultura rafforza o indebolisce tale tabù. L’indebolimento più evidente e più ampio è dato dalla guerra: la cultura disumanizza il nemico che non è più un uomo come te, ma qualcosa di diverso della cui morte non bisogna provare sentimenti di colpe o empatie. Il rafforzamento maggiore è stato dato dalla cultura cristiana con l’estensione del quinto comandamento (che per gli ebrei era limitato alle persone della stessa etnia) a tutto il genere umano.

Uccidere dunque non è naturale, anche nelle condizioni estreme (uccidere o essere uccisi) l’uomo la maggior parte delle volte sceglie la morte propria.

Tutto questo c’entra qualcosa con i femminicidi del 2021? Secondo me si, ma c’entra anche con gli episodi di violenza e omicidio contro persone di etnia o cultura diversa. Io non credo che razzismo e femminicidio siano scollegati, alla base c’è il superamento del tabù dell’omicidio. Oggi ci sono tanti piccoli (o grandi) Vallanzasca.
Facciamo qualche nome: i fratelli Bianchi che uccidono a pugni e calci un ragazzo, gli ignoti che a Verona hanno ucciso il Tommasoli; e potremmo continuare.

Da cosa dipende questa caduta della barriera morale all’omicidio?

Non ho risposte certe, ma constato che non esiste più una educazione etica. Una volta era data dalla chiesa cattolica, ora le scuole non la danno e le famiglie sono putroppo inadeguate a rafforzare la barriera morale dell’omicidio, ma c’è di peggio:

Se anche una persona ha pulsioni pedofile il suo comportamento reale è frenato non dalla paura delle sanzioni, ma dalla riprovazione sociale. Questa nel caso della pedofilia funziona, ma nel caso del razzismo e di un certo tipo di violenza? Occorre dire che la destra ha lavorato intensamente per legittimare il razzismo e la violenza. Quando il Salvini, in relazione al massacro di detenuti (compreso uno in sedia a rotelle) operato da guardie carcerarie dichiara di essere sempre e comunque dalla parte di queste per quatto miserabili voti ha sperso una infezione di violenza che si propaga nei substrati della società in cui molti confondono forza e autorità con violenza.

Non c’è un rapporto diretto, ma un rapporto certamente c’è.

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