La tabella seguente riporta l’aumento degli italiani in assoluta povertà.

 

 

Non si parla di povertà relativa, ossia del fatto che qualcuno sia più povero di altri, ma di gente che non ha di che pagare l’affitto, le bollette e financo il cibo.

E’ dovere chiedersi come sia stato possibile.

Una spiegazione è data dal seguente grafico. Nel 1994 il 10% più ricco della popolazione deteneva il 42% della ricchezza, nel 2013 questo 10% arrivava a detenere il 54% della ricchezza totale, ove per ricchezza si intende non il PIL, ma il patrimonio.

 

Che non ci sia un collegamento tra questo andamento e la tabella precedente solo un cieco non può vederlo.

Nel proseguo cercherò di dare una spiegazione di come questo è avvenuto. Non pretende di essere la spiegazione, ma uno degli aspetti di un sistema complesso dove comunque tutto si lega.

 

Per capire è necessario tornare indietro di quasi 40 anni all’alba del balzo del debito pubblico.

Lo Stato si è sempre servito dei prestiti privati per il proprio funzionamento, una cosa spesso non considerata era che questi prestiti venivano nella maggior parte utilizzati per investimenti in infrastrutture (scuole, autostrade, case popolari, reti elettriche, reti metano, etc.) che venivano poi successivamente compensati (tranne le scuole) dalle tariffe di utilizzo.

Nel momento del balzo del debito eravamo, grossomodo, a metà di questo processo. Altri fattori esterni premevano a creare difficoltà come una inflazione che arrivò fino al 21.2 nel 1980, una bilancia dei pagamenti non esattamente in equilibrio in conseguenza della crisi energetica e, non da ultimo, due devastanti terremoti (Friuli e Irpinia che avevano bruciato parecchi punti del PIL di allora)

Per l’acquisizione di risorse monetarie lo stato metteva all’asta BOT e CCT, sia di nuova emissione che di rinnovo di precedente debito; chiaramente in una fase di alta inflazione l’interesse a cui offriva questi titoli non doveva essere molto più basso dell’inflazione sui titoli a breve, mentre, ragionevolmente poteva esserlo per i titoli ventennali o trentennali.

I meccanismi dell’asta erano tali che l’interesse di tutto il pacchetto in vendita nella giornata era dato dall’interesse dell’ultimo titolo comprato alla fine dell’asta. La Banca d’Italia comprava a fine giornata i titoli rimasti invenduti all’interesse a cui lo Stato li aveva messi in vendita.

Il 12 febbraio 1981 l’allora ministro del tesoro Andreatta e il Governatore della Banca d’Italia Ciampi annunciarono che la BdI non avrebbe più comprato le rimanenze.

Questo scatenò subito la speculazione: i compratori scientemente lasciavano invenduta una parte minima dei titoli finchè lo Stato non innalzava gli interessi ad un livello appettibile a questi.

Come si vede dal grafico sottostante i tassi di interesse nominale balzarono in alto, ma quello che è ancor più importante i tassi di interesse reale (tasso nominale meno inflazione) che prima del divorzio erano negativi diventarono molto positivi

E’ necessario ricordare che vennero emessi titoli con scadenza trentennale a tassi di interesse a due cifre; ancor oggi, con l’inflazione sotto il 4%, chi allora comprò questi titoli di stato ha una rendita di oltre il 6% netto sul capitale investito. Tenete conto di questo fatto quando ragioneremo di investimenti.

Il grafico alla pagina seguente dà conto dell’andamento del debito pubblico sul PIL.

Osservatelo bene, superò il 100% del PIL in corrispondenza dei governi cosiddetti “Virtuosi”: Amato e Ciampi.

E’ pur vero che coincisero con il massacro della Lira del 1992 (svalutazione del 30%), ma questo comunque dovrebbe fai riflettere sulla menzogna propagata ad arte che il debito sia stato conseguenza dello spreco di governi sciuponi come quelli ci Craxi e Andreotti; è una menzogna e chi l’ha prodotta mentiva sapendo di mentire che il balzo del debito sia stato conseguenza di baby pensioni o altri benefit.

Il debito è stato una precisa scelta politica, non a caso il supero del 100% dle PIL avvenne con quel Ciampi che fu uno dei protagonisti del divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia e venne poi conservato da quel Dini che, come maggiore responsabile dell’ufficio cambi della Banca d’Italia, fu il maggior responsabile della svalutazione della Lira del 1992.

Al di là di questo tuttavia, da decenni, viene diffusa l’immagine della insostenibilità del debito rispetto al PIL. Qualsiasi ragioniere diplomato alle superiori sa che il PIL è un flusso e il debito uno stock e che le due cose non sono paragonabili.

 

Andate in banca a chieder un mutuo, non vi chiedono il vostro reddito, ma le garanzie in termini di capitale.

Il seguente grafico mostra l’andamento della ricchezza netta degli italiani

 

E’ pur vero che al debito pubblico di oltre 2.000 miliardi corrisponde un debito delle famiglie di grandezza analoga, ma la ricchezza delle famiglie italiane è il doppio di tutto il debito pubblico e privato.

 

Vi preghiamo di notare che l’Italia ha si un debito pubblico elevato, ma paesi come la Francia o la frugale Olanda hanno un indebitamento privato doppio del nostro.

Ma chiunque vada in banca o a una finanziaria a chiedere credito con 9.600 € di garanzie e 4.000 € di debiti un altro paio di migliaia di € di credito li può avere. Quindi la storia che il debito pubblico superiore al 150% del PIL che non ci permetterebbe di investire a debito (ce lo chiede l’Europa) e una balla. Qui non si può, con questi dati, non considerare il ruolo di vero e proprio strangolatore dell'economia italiana operato dalla troika europea.

 

Tornando al peccato originale (il divorzio) questo non solo aprì le porte alla speculazione, ma disorse tutto il mercato degli investimenti. Da un lato creando una classe di redditieri dai denti insanguinati, dall’altra dirottando gli stessi profitti aziendali dagli investimenti in azienda o nel settore all’acquisto di titoli di stato.

 

No so se quanto sto per dire fosse nella mente di Ciampi e Andreatta, ma alla fine il risultato fu questo:

Lo Stato si fa prestare soldi ad alto tasso di interesse e crea una rendita

Per pagare gli interessi altissimi lo Stato pone in vendita i propri beni

Con le rendite pagate dallo Stato i redditieri comprano i beni dello Stato

Perdendo il possesso dei propri beni lo Stato è costretto per l’utilizzo ad affittarli da chi li ha acquistati, nello stesso tempo parte una scientifica campagna per rendere inefficienti i servizi forniti dallo Stato

A questo punto i redditieri chiedono di gestire i servizi dello Stato

Lo Stato è ormai spolpato

Attraverso un fisco feroce lo Stato espropria i beni immobili del ceto medio e li offre a prezzi stracciati ai redditieri

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Valore e plus valore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’idea che il capitalista si appropriasse del plus valore prodotto dal lavoratore ha mosso alla rivoluzione milioni di uomini e vale perciò la pena di richiamarne gli elementi essenziali.

Il grande economista Ricardo ipotizzò che ogni bene scambiato avesse un valore dato dalla somma del lavoro sublimato in esso contenuto: in sostanza anche una cosa semplice come una penna contiene in sé il lavoro per raggiungere quel risultato dalla notte dei tempi fino al banco del cartolaio. Come valutare il valore del lavoro nel tempo è stata una cosa non perfettamente definita, come pure il fatto che ogni oggetto scambiato abbia un valore d’uso e/o un valore commerciale. Per fare un esempio un ospedale, come immobile, ha un alto valore d’uso e un basso valore commerciale perché la struttura non può esser utilizzata per null’altro che la destinazione originale.

Il concetto pricipale di Ricardo era tuttavia che questo valore associato al lavoro si accumula formando ricchezza collettiva.
Marx raccogliendo l’eredità di Ricardo evidenziò che il valore del prodotto era maggiore del costo delle materie prime, del lavoro e della rendita del capitale necessario a produrlo; chiamò questo plus plusvalore e, oltre a dare un giudizio morale su questa rapina, previde un impoverimento dei lavoratori e un arricchimento dei capitalisti e un impoverimento complessivo della società.

Non è questo il caso di indagare come e perché queste condizioni oggettive e non ideologia portarono alle maggiori rivoluzioni del XX secolo.

Quello che voglio evidenziare è che rispetto alla fabbrica dell’inizio XX secolo l’esproprio del plus valore non avviene attraverso lo sfruttamento in fabbrica, ma nella società attraverso le tasse che poi, in parte, vengono riversate come rendita ad alcuni capitalisti che chiameremo redditieri.

Paradossalmente questo meccanismo ha diviso i capitalisti tra produttori e redditieri.

 

Prima però di proseguire per le ovvie conclusioni è opportuno riepilogare lo sviluppo economico e sociale del dopoguerra; ognuna delle tappe qui descritte sarà illustrata nei riquadri.

 

  • Per prima cosa si dovettero fornire agli italiani delle abitazioni. Alla fine degli anni 40 cominciò il piano casa di edilizia pubblica che si protrasse per quasi trenta anni
  • Poi si portò l’elettricità in ogni casa
  • Contemporaneamente si svilupparono le infrastrutture autostradali
  • Successivamente l’acqua in ogni casa
  • Poi il metano in ogni casa
  • Infine il telefono in ogni casa

 

Vi furono altre forme di sviluppo che fecero uscire l’Italia da uno stato di povertà medioevale, ad esempio la realizzazione di fognature, scuole, ospedali. Ma queste furono processi separati da quelli appena indicati che erano caratterizzati da un intervento dello Stato e l’avvio della staffetta successiva non appena il break even point (ossia il pareggio tra spese di investimento e tariffe raccolte) veniva raggiunto.

 

Piano casa

Il Fanfani lanciò la costruzione di un milione e mezzo di vani facendoli finanziare dall’Istituto Nazionale delle Assicurazioni che in tal modo si garantiva un capitale di garanzia al rischio che l’assicurazione stesa copriva. L’intervento privato durò circa 10 anni, nel frattempo era stata operata una modesta trattenuta su tutte le buste paga che andò a formare un fondo GesCaL (Gestione case lavoratori) che non solo mise a disposizione dei lavoratori delle abitazioni in una Italia trasformata dall’emigrazione interna, ma permise agli stessi utilizzatori di riscattare il bene casa portando l’Italia ad essere uno dei Paesi al mondo con la maggiore percentuale di famiglie con le case in proprietà

Energia elettrica

L’energia elettrica non necessitava solo di una rete di distribuzione, ma anche di una filiera di produzione.
L’Italia era priva di combustibili fossili e l’idroelettrico era localizzato tutto al nord ed era comunque limitato.

La scelta fu quella di fare dell’Italia la raffineria d’Europa: si raffinava il petrolio, si vendeva la benzina alla Germania che era in forte sviluppo e si tratteneva la parte pesante (gasolio) con il quale si facevano andare le centrali termoelettriche.
Vennero realizzate o potenziate le raffinerie Sarpom di Trecate, Sannazzaro de’ Burgondi, in provincia di Pavia, Eni di Livorno, Ravenna, Falconara marittima, Taranto, Augusta, Milazzo e Sarroch a Cagliari.

Il tutto distillava 100 milioni di t./anno, per fare un paragone si pensi che la Germania durante tutta la guerra non trattò mai più di 6 milioni di t/anno.

Realizzata la disponibilità venne nazionalizzata la rete elettrica con enormi trasferimenti di capitali al privato che li impegnò soprattutto nella chimica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il processo di sviluppo dell’Italia è stato ovviamente ben più complesso degli elementi appena indicati: vi è tutto il tema dell’istruzione e della sanità che non è stato toccato, ma quello che volevo evidenziare è che ci fu un processo di sviluppo a debito ampiamente pianificato con tempi di rientro in genere rispettati e un aumento generale della ricchezza collettiva.

Voglio anche segnalare che questo processo non avrebbe potuto avvenire con le semplici forze di mercato. Da un lato perché tali forze non avevano il coraggio di rischiare (si veda la folle decisione di Cuccia di Mediobanca di far abbandonare all’Olivetti il settore dell’elettronica), ma, soprattutto, perché per molte ragioni il mercato privato non aveva capitali sufficienti per intervenire ampiamente e a lunga scadenza.

Quindi, con l’eccezione di giovani a cui hanno insegnato l’ignoranza, chi dice che con i debiti ci siamo mangiati il futuro delle giovani generazioni mente sapendo di mentire.

 

Ora avvenne che quando la maggior parte dei macroprocessi pocanzi descritti avevano compensato le spese di investimento ed era possibile ricavare qualcosa per nuovi investimenti si svendettero infrastrutture, organizzazione e impianti.

A chi?

A quelli a cui lo Stato, attraverso l’interesse del debito pubblico, aveva messo in mano il capitale per comprare la svendita dei gioielli di famiglia. Le privatizzazioni sono state il più grande crimine politico contro gli italiani. Alcuni (molto pochi) l’hanno capito, ma anche questi non riescono a collegare la svendita dello Stato al processo precedente che aveva generato i redditieri compratori.

 

La svalutazione della lira e le privatizzazioni

 

La prospettiva delle privatizzazioni in Italia fu discussa sullo Yacht Britannia di proprietà della corona britannica, che il 2 giugno 1992 era ormeggiato al porto di Civitavecchia, in attesa di imbarcare ospiti importanti per una piccola crociera verso l’isola del Giglio. Relatore per il processo di privatizzazione fu un certo Draghi.

Nello stesso anno avvenne la svalutazione della Lira. Era il gennaio del 1990 e l’allora governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, annuncia che d’ora in avanti la lira italiana avrebbe oscillato all’interno di una banda stretta del 2,25% contro il marco tedesco.

Fermiamoci un attimo. Nel 1979, a quasi 8 anni dal collasso degli accordi di Bretton Woods, i membri della Comunità Economica Europea fondarono lo SME (Sistema Monetario Europeo), un sistema di cambi semi-fissi prodromico all’euro e che prevedeva oscillazioni tra le valute molto strette. All’Italia venne concessa un’oscillazione più ampia, vale a dire del 6%, in considerazione della sua difficoltà a tenersi dentro una banda più stretta. Ma nel 1990, Ciampi decise che fosse arrivata l’ora di mettersi al pari con le altre economie europee, fissando un limite di oscillazione in alto e in basso del 2,25% rispetto alla parità di 748,56 contro il marco.

Ufficialmente le ragioni di questa auto imposizione di una camicia di forza furono tre

In primis, per combattere l’inflazione. Il maggiore deprezzamento della lira provocava annualmente una maggiore crescita dei prezzi al consumo.

Secondariamente, per cercare di recuperare credibilità sui mercati, in vista della nascita dell’euro, già nell’aria.

Terzo, per via delle pressioni degli altri governi, che non comprendevano la ragione per cui l’Italia avrebbe dovuto godere di uno status speciale.

nel 1992 le cose iniziano a non andare come si pensava. La Bundesbank aveva iniziato ad alzare i tassi nel triennio 1990-’92, al fine di contrastare l’accelerazione dei tassi d’inflazione dopo la riunificazione delle due Germanie.

Se il costo del denaro tedesco era ancora del 6% nell’agosto del 1990, nel luglio del 1992 era salito all’8,75%. Inevitabilmente, l’Italia doveva seguirne le scelte, altrimenti i capitali sarebbero defluiti verso la Germania, destabilizzando il cambio e minacciando la nostra permanenza nello SME. Ciampi i tassi effettivamente li alza, ma commette un errore pacchiano quell’estate, vale a dire di esternare il suo “dolore” per quella misura. E così, il 6 luglio alza il tasso ufficiale di sconto (TUS) dal 12% al 13%, ma già il 17 dello stesso mese si trova costretto a intervenire con un nuovo rialzo al 13,75%. I capitali avevano accentuato la fuga, specie dopo che la notte del 10 luglio il governo aveva imposto un prelievo forzoso del 6 per mille sui conti correnti.

Tenete conto delle date: a giugno sul Britannia si prospetta la privatizzazione del patrimonio pubblico in beni aziende e servizi, a Luglio viene messa in atto una operazione internazionale e nazionale che porterà alla svalutazione della Lira.

Per tutta l’estate, Bankitalia cercò di difendere il cambio. Anzi, aveva iniziato a farlo da inizio anno, se è vero che nei primi 9 mesi dell’anno “brucia” riserve valutarie per 50 mila miliardi di lire (12 mila miliardi nel solo mese di luglio), qualcosa come oltre 25 miliardi di euro attuali. Tuttavia, a settembre la situazione diventa insostenibile. Di quel passo, Palazzo Koch sarebbe rimasta a corto di dollari, marchi, etc., per importare beni e servizi dall’estero.

La bilancia dei pagamenti sarebbe entrata pericolosamente crisi. Da qui, la decisione di abbandonare lo SME attraverso la svalutazione della lira. In pochi mesi, il cambio contro il dollaro passa dai 1.078 lire di fine agosto ai 1.583 della primavera ’93.

Il crollo è del 32%. Contro il marco, la lira passa da 760 a 1.000, perdendo fino al 24%.

Ad avere scatenato le vendite di lira e sterlina fu il finanziere George Soros, che con il suo fondo Quantum scommise contro le due valute e guadagnò miliardi di dollari in pochi giorni (seimila miliardi di Lire).

I detrattori sostengono che l’uomo sia stato un cospiratore contro l’Italia, in combutta con presunti poteri deviati dello stato. Ma la situazione è assai più facile da spiegare. Il 2 giugno di quell’anno, la Danimarca aveva votato contro l’ingresso nell’euro al referendum. L’Italia aveva firmato il Trattato di Maastricht di febbraio, ma versava in condizioni fiscali assai critiche e non presentava praticamente alcun indicatore macro in linea con i criteri fissati. Il Regno Unito decise di tenersi la sterlina e si rifiutò di seguire la Germania sulla via del rialzo dei tassi. Ecco perché nel mirino di Soros finirono queste due valute.

Sia come fu la situazione alla fine di questa tempesta monetaria fu che i beni italiani erano stati svalutati del 30% nel momento in cui si apriva la porta alle privatizzazioni.

La tesi iniziale di queste riflessioni  che vi sia stato un impoverimento “interno” al nostro paese con l’arricchimento di una parte va corretta nel senso che è stata sottratta una immane ricchezza che in buona parte è andata all’estero.

Altro aspetto sospetto riguarda la fuga dei capitali di quell’estate per quasi 26 mila miliardi di lire, più di 13 miliardi di euro al cambio che verrà fissato successivamente. Quei capitali rientrarono subito dopo che la lira aveva toccato il fondo contro il dollaro, finendo per guadagnare qualcosa come almeno il 30%. In sintesi, molti investitori avevano comprato dollari con la lira forte ed erano tornati a comprare lire quando il cambio era collassato. Una speculazione, che parte dell’opinione pubblica ritiene essere stata frutto di un complotto vero e proprio ordito ai danni del sistema Italia.

In sostanza, alcuni grossi capitalisti si sarebbero arricchiti con la svalutazione della lira.

Ora delle due l’una: o Ciampi fu un incapace, o fu complice.

Una conseguenza della enorme svalutazione fu la spinta alle aziende che esportavano pagate da chi lavorava per il mercato interno. Non sento mai ricordare che il successo del made in Italy nel campo, ad esempio, della moda fu pagato dal venditore napoletano di panini caldi sulla strada.

Da iscritto al PCI di allora resto stupito della scarsa o errata reazione o valutazione fatta dal Partitone che per la verità si dilaniava nel campo della trasformazione avviata da Occhetto.

Non  credo, ma non escludo, che lo scioglimento  del PCI sia stato il frutto di un complotto internazionale, sono tuttavia certo che il PCI avesse mantenuto gran parte della sua struttura e organizzazione gli eventi del 1992, dalla crociera del Britannia alla svalutazione della Lira sarebbero stati diversi

 

Nel 1993 avviene la privatizzazione del gruppo SME,[3][4] azienda pubblica controllata dall'IRI con una quota del 64%. Nel luglio 1993, con la prima tranche della privatizzazione, relativa al settore surgelati e a quello dolciario del gruppo SME, il gruppo svizzero Nestlé acquisisce i marchi Motta, Alemagna, La Cremeria, Antica Gelateria del Corso, Maxicono, Surgela, Marefresco, La Valle degli Orti, Voglia di pizza, Oggi in Tavola. Attraverso la San Pellegrino acquisisce il confezionamento e la distribuzione delle acque minerali forzando il passaggio all’imbottigliamento su PET che oggi ci crea tanti problemi.

Oltre alla svedita di cui abbiamo appena indicato alcune operazioni si procedette alla liberalizzazione del trasporto ferroviario, e la liberalizzazione del mercato del gas. Abbiamo poca fa spiegato come sia l’approvvigionamento che la rete gas erano frutto di un progetto politico e di una operazione di sviluppo, nel momento in cui cominciavano a rendere le si svende. Poi l’ideologia del mercato che doveva portare, attraverso la concorrenza alla riduzione dei prezzi al consumo si è rivelata per quel che era: una grandissima balla.

Nel periodo dal 1991 al 2001 molte aziende sono state privatizzate, tra le quali l'ENI, di cui Goldman Sachs acquisì l'intero patrimonio immobiliare; grazie al cielo l’ENI riuscì a mantenere la propria struttura  e a difendersi dall’attacco dei  , e quelle controllate dall'IRI, tra cui la SME (agroalimentare).

il gruppo Benetton si aggiudica per 470 miliardi GS Autogrill che poi rivende ai francesi di Carrefour GS per 10 volte tanto. Poi fagocita la rete autostradale usando la leva finanziaria e i soldi ricevuti da Cerrefour, si indebita per acquistarla e poi scarica il debito sulle autostrade, naturalmente si guarda bene dal vendere l’impresa perché genera proficui profitti, specialmente mantenendo la manutenzione a livelli bassissimi.

Vengono privatizzate totalmente Telecom ([1]), parzialmente Enel ed Eni. Molte di queste aziende, fino ad allora considerate all’estero concorrenti temibili, subito dopo l’acquisizione vengono smembrate o comunque messe in condizione di non nuocere. Dal 1992 al 2002 il Tesoro ha “effettuato direttamente operazioni di privatizzazione per un controvalore di circa 66,6 miliardi di euro.

A questa cifra vanno però aggiunte le privatizzazioni gestite dall’Iri (sempre sotto il coordinamento del Tesoro), per un controvalore di circa 56,4 miliardi di euro, le dismissioni realizzate dall’Eni (5,4 miliardi di euro) e la liquidazione dell’Efim (440 milioni di euro). Si tratta di cifre molto consistenti, da cui è facile intuire il valore e l’importanza dei beni venduti, o per meglio dire “svenduti“.

Per capire quanto valgono questi stessi beni che non ci appartengono più possiamo comparare gli incassi delle privatizzazioni con i valori attuali.

Nel 1992 la cessione del 58% del Credito Italiano produce ricavi lordi per 930 milioni di euro, nel 2002 Unicredito Italiano capitalizza 26.593 milioni di euro.

Tra il 1994 e il 1996 la cessione del 36,5% dell’Imi rese 1125 milioni di
euro, le successive tre tranche, pari al 19% e al 6,9%, rispettivamente 619 e 258 milioni di euro, nel 2002 Imi-Sanpaolo capitalizza 16.941 milioni di euro.

Un caso a parte è poi rappresentato dal Banco di Napoli: quel 60% che lo Stato vende alla Bnl per 32 milioni di euro (una volta ripulito delle perdite e dei crediti inesigibili con 6200 milioni di euro di denaro pubblico), è rivenduto dalla Bnl, a distanza di pochi anni, per 1000 milioni di euro. È anche vero che la BNL lo ha risanato completamente, ma la differenza tra i due valori è enorme.

 

Questi pochi dati riportati dimostrano l’enorme trasferimento di ricchezza che vi fu dallo Stato o dalle controllate dello Stato a pochi privati redditieri. Ribadiamo l’iniziale concetto: i soldi per l’acquisto della svendita dello Stato vennero dati dallo Stato stesso a chi poi lo dissanguava. Era un passaggio obbligato? La risposta è no, secco e senza dubbi.

 

Prodi e i coltivatori diretti del 2000

 

Sempre in qual fatale 1992 Romano Prodi pubblicò un libretto di lezioni di economia dal titolo “il tempo delle scelte”. In questo saggio chiariva il suo programma politico che, tra gli altri, prevedeva la formazione di un azionariato popolare governato da fondi simili ai fondi pensione americani.

Punto di partenza doveva essere la creazione di fondi assicurativi di pensione integrativa attraverso il versamento dei TFR dei lavoratori, poi l’acquisto, attraverso il risparmio della gente, di azioni delle attività e dei servizi.

Chiaramente il Prodi non era quello che guidava la sgangherata schiera che proponeva questa prospettiva sociale e politica: l’illusione delle pensioni integrative o di ammortizzatori sociali ad hoc nel momento in cui veniva avanti la riforma Dini delle pensioni con campagne terroristiche sul fallimento dell’INPS ingannò anche ampi strati delle direzioni sindacali.

Mi sia permesso un ricordo personale: quando prospettarono, in un direttivo sindacale, questa soluzione che vedeva una espansione enorme del sistema assicurativo privato chiesi come mai di fronte a queste felici prospettive il giorno prima l’A.D. di un grandissimo gruppo assicurativo si era lanciato a volo d’angelo dalla Torre Velasca di Milano; fu sufficiente a far emergere tutti i dubbi e a far bocciare l’idea.

Nel 96 Prodi divenne Presidente del Consiglio e proseguì con le privatizzazioni; dipendesse o no dalla sua volontà l’azionariato popolare non decollò e, come era nei progetto originali dei redditieri, i beni e servizi dello Stato finirono nelle loro mani.

 

Le tasse, lo strumento dell’esproprio

 

A “L’aria che tira” il talk show di mezzogiorno è stato recentemente presentato un fatto relativo al fisco: a un soggetto che doveva al fisco 30.000 € è stata pignorato un bene immobile del valore di 220.000 e messo all’asta.

Una volta i parenti di primo grado avevano diritto di prelazione e potevano riprendersi il bene pagando il debito fiscale; ora non più: il bene è messo all’asta e chi offre di più se lo porta via. Fu acquisito a 35.000 € da un soggetto speculatore.

Ora il meccanismo infernale è questo:

  1. Ritardi nel pagamento delle imposte aumentano enormemente il debito fiscale; la possibilità di rateizzare era praticamente impossibile fino al 2015
  2. Lo Stato non solo non è in grado di garantire il pagamento dei crediti del soggetto fiscale, ma non paga neppure i suoi debiti verso il medesimo soggetto (60 miliardi ammontava al 2019 il debito della Stato verso i fornitori)
  3. Non esiste un meccanismo di compensazione debiti dello Stato-crediti del fisco
  4. Per un certo periodo lo Stato ha venduto i propri crediti fiscali (le famose cartolarizzazioni)
  5. A fronte di processi civili eterni le procedure di pignoramento/esproprio/messa all’asta hanno una rapidità impressionante.

Tutto questo comporta che lo Stato espropria i beni immobili (e un quito dei redditi e delle pensioni) del ceto medio e lo consegna ai redditieri di cui abbiamo già illustrato i flussi in entrata dallo Stato stesso.

 

Per dare un’idea delle dimensioni di questo orrore diciamo che in dieci anni lo Stato ha maturato 800 miliardi di crediti fiscali (pari alle entrate di un anno); di questi, cito a memoria, 60 Miliardi sono entrati in rateazione, 50 sono inesigibili per fallimenti o altro. E gli altri 690? Giova ripetere: seicento vanta, pari al doppio del Recovery Found.

No ho idea delle caratteristiche di questi crediti, ma ogni imprenditore o buon padre di famiglia quando ha un credito superiore alle entrate di un anno si acconcia a trattare con i debitori.

Questo non viene fatto.

Allora a fronte della possibilità di recuperare una parte, anche minoritaria, ma rilevantissima per gli investimenti, del credito fiscale dello Stato, il fatto che non venga attuato è una precisa scelta politica che, come ho detto all’inizio, è funzionale a mantenerci in povertà.

 

 

 

 


[1] )    LaTelecom fu privatizzata svendendola a capitalisti senza capitali (i cosiddetti capitani coraggiosi nella definizione di d’Alema) che ebbero i soldi dai fondi pensione degli insegnati USA. Questa operazione nacque con il vincoli di una rendita minima  del 7% verso questi investitori, ma soprattutto questa operazione aprì un rubinetto verso l’estero della massa monetaria destinata ai consumi. L’uscita non venne mai ripagata da investimenti nel nostro Paese, infatti in pochi anni la rete accumulò un ritardo elevato rispetto agli altri Paesi.

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