All’epoca, e ancor oggi, le privatizzazioni venero presentate come un atto necessario per ridurre il debito pubblico ed entrare nel paradiso dell’Euro. In realtà le prime privatizzazioni fruttarono solo l’1.5% del debito pubblico, ossia la metà degli interessi di un anno.

Dietro le privatizzazioni c’erano due progetti, uno esterno e uno interno all’Italia e alla sua politica.
Nino Galloni, allora direttore generale del ministero dell’economia dice chiaramente che ci fu un patto tra Germania e Francia: La Germania aveva bisogno dell’assenso della Francia per l’opera di riunificazione (spolpamento) con la Germania dell’Est. La Francia voleva il consenso della Germania per l'Euro; la Germania ottenne il consenso alla riunufucazione in cambio diede mano libera alla Francia di impadronirsi del sistema industriale e dei servizi della quinta potenza industriale del mondo al di fuori dell’URSS.

Questo progetto si inserì nel progetto politico della banda Prodi e della sinistra democristiana.

Questi pensavano di costruire una nuova base sociale e politica sui piccoli azionisti; Prodi chiaramente li chiamò i “coltivatori diretti del 2000”. Mettendo in vendita i beni e i servizi dello Stato, secondo questi illusi, si sarebbe create la massa finanziaria in grado, attraverso i fondi pensione, di determinare gli investimenti futuri senza passare per l’iniziativa dello Stato. Anzi, lo Stato, fonte di corruzione e inefficienze, sarebbe stato progressivamente emarginato dall’economia. Le tappe, nell’ordine, erano creare i fondi per le pensioni integrative (seconda metà degli anni 80), vendere i beni dell’IRI e successivamente del tesoro (Comit, Credit, etc.). Sul piano politico, visto che si creava una basa sociale per la quale i vecchi partiti strutturati sarebbero stati inutili, si doveva distruggere il PCI e la DC. L’ideologo di questo orientamento era il Parisi e il gruppo de “il Mulino”, fondato dagli agenti del Dipartimento di Stato Americani ai tempi di Claire Booth Lucie: primarie, maggioritario, partito leggero. Tutto ciò però prese corpo più tardi.

Non avevo idea di questo progetto, ma quando in un direttivo sindacale proposero di aderire ai nuovi fondi pensione feci notare che quella stessa mattina l’amministratore delegato della più importante società assicuratrice italiana si era lanciato a volo d’angelo dalla torre Pedrera di Milano, il che mi faceva nascere qualche dubbio sulla fiducia nell’operazione. Come spesso accade avevo ragione; i fondi pensioni non decollarono mai. La round map delle privatizzazioni venne discussa il 2 giugno 1992 a boodo dello yacht reale Britannia.

Nonostante l’assenza dei fondi pensione il delirio ideologico di Prodi e dei suoi uomini proseguì selvaggiamente: vennero svenduti i gioielli dell’IRI, soprattutto la ricerca e i brevetti: Nel 1993 avviene la privatizzazione del gruppo SME, azienda pubblica controllata dall'IRI con una quota del 64%. Nel luglio 1993, con la prima tranche della privatizzazione, relativa al settore surgelati e a quello dolciario del gruppo SME, il gruppo svizzero Nestlé acquisisce i marchi Motta, Alemagna, La Cremeria, Antica Gelateria del Corso, Maxicono, Surgela, Marefresco, La Valle degli Orti, Voglia di pizza, Oggi in Tavola.

Nel periodo dal 1991 al 2001 molte aziende sono state privatizzate, tra le quali l'ENI, di cui Goldman Sachs acquisì l'intero patrimonio immobiliare, e quelle controllate dall'IRI, tra cui la SME (agroalimentare). Tra gli altri avvenimenti da ricordare poi ci sono la Liberalizzazione del mercato del gas e dal punto di vista non prettamente economico, durante gli anni novanta la privatizzazione del diritto del lavoro pubblico in Italia.

Nella cessione dell’IRI vi è il punto fondamentale che ha segnato la successiva politica di rapina: dell’IRI erano l’IMI (Istituto mobiliare Italiano), L’INA (Istituto nazionale delle Assicurazioni) che aveva come capitale di garanzia molte delle case popolari (INA Casa o case Fanfani) e ben tre banche di interesse nazionale.

E’ evidente che il Progetto Prodi, per essere realizzato avrebbe dovuto mantenere il più a lungo possibile sotto il controllo dello Stato e della politica le assicurazioni e le banche pubbliche che, invece, furono le prime ad essere svendute.

Si formò cosi il gruppo di finanzieri d’assalto che poi si avventò prima sul patrimonio industriale, poi sul patrimonio immobiliare, infine sui servizi dello Stato e della Pubblica amministrazione.

La cosa tragica è che questi “capitani coraggiosi” come incautamente li definì un politico inteligente non acquistarono le banche e assicurazioni con soldi propri, ma a prestito.

Qui un link alla critica di Nino Galloni

Come venne rapinato il patrimonio industriale italiano

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