Da  "I piccoli maestri"

Era tuttavia un gran piacere trovarsi in mezzo a questo bagolo. Primeggiavano sugli altri gli studenti e i popolani, ma tutti cer­cavano di fare qualcosa, e perfino i giovanotti azzimati della piazza, i quali si assunsero il taglio dei capelli  delle ragazze che si erano fatte vedere coi tedeschi, magari senza vera malizia politica, pove­rine; il boia era il principale parrucchiere del centro, e il taglio ve­niva eseguito con finezza, quasi con civetteria.

C'era un uomo ancora giovane, che portava gli stivali neri, un curioso berretto di pelo, e due basette lustre, lunghe e folte. Ave­va gli occhi vellutati e i tratti preziosi e lo splendore degli zingari. Studiavamo insieme questa o quella impresa, preparavamo i piani, ma quando si arrivava alla scelta degli esecutori, era sempre lui che alzava la mano e diceva: IO.

Andava sempre lui, solo o con altri, a piedi o in bicicletta, a recuperare, a disarmare. Come un al­tro respira, per istinto profondo, lui disarmava, recuperava. Si ri­conosceva subito il tipo dell'eroe popolare, anche se per il mo­mento era una gloria preliminare, notturna: sacco in spalla, carret­tino a mano, furgoncino a pedali, esplosivi granulosi, baionette con la lebbra, qualche pistola

Ferruccio ManeaIl suo nome era già una leggenda: veniva da un ambiente familiare che aveva avuto e continua ad avere tenaci, e tempestosi rapporti coi carabinieri. La cosa anziche allarmarmi mi esaltava: una società da smontare, pensavo, e forse questa è la volta buona.

Del resto c'era anche qualche ex carabiniere, tra i resisten­ti del paese; e faceva una curiosa impressione vederli vicini, l'uomo col berretto di pelo e i suoi nemici ereditari, affrattellati nel latrocinio patriottico. Anche gli ex carabinieri si compor­tavano esemplarmente: ma l'uomo col berretto di pelo splendeva. La sua successiva carriera fu brillante; era un leader naturale, e la guerra sulle nostre colline ha il suo nome; è un grande onore per noi studenti essere stati insieme con lui sul cominciare delle cose.

La società non è stata smontata, però: dopo la guerra l'uomo col berretto di pelo tornò in prigione, e io dico che è una bella vergogna.

 

Meneghello scrisse e pubblicò questo testo nei primi anni 60. Non erano anni facili per l'antifascimo e la stessa operazione fatta da Meneghello con "I piccoli maestri" era qualcosa di insolito: scrivere della resistenza non in termini di memorialista o di storico, ma come esperienza umana di una generazione di giovani. C'era già stata la pubblicazione di "Lungo viaggio attraverso il fascismo" di Zangrandi che cercava di spiegare; il libro di Meneghello, in una Italia ancora divisa da passioni feroci, cercava di dare un senso alle scelte fatte da un gruppo di giovani quasi vent'anni prima. Il libro è forse più utile e capibile oggi che allora.

Il libro, si può dire, ruota attorno all'amicizia e al dolore per le amicizie stroncate dalla morte di molti giovani. I personaggi di Meneghello sono tutti nella sua cerchia di amici, pochissimi riferimenti esterni. L'unico esterno che emerge è Ferruccio Manea, il TAR. Leggendo il testo qui riportato appare ben più che stima per un capo partigiano naturale: una ammirazione intatta dopo che sul TAR erano state dette e fatte cose infami. Per uno come Meneghello affermare "è un grande onore per noi studenti essere stati insieme con lui sul cominciare delle cose" non è un omaggio di prammatica.

Solo recentemente, grazie alla pubblicazione della tesi di Patrizia Greco la vicenda strorica e umana di Ferruccio Manea è stata compiutamente ricostruita.

Del Tar intendo parlare meglio in un articolo specifico, qui voglio solo ricordare due cose.

La prima è degna di un romanzo di Dumas, sembra leggere di Edmond Dantes: convinto (a ragione) di essere stato tradito e che altri antifascisti volessero la sua morte si finse morto per due mesi, scomparendo letteralmente sotto terra e risorgendo in primavera più bello e più grande che pria.

La seconda riguarda le accuse che gli erano state rivolte di assersi appropriato di beni e denaro. L'accusa, come era stata formulata e riportata nei verbali di indagine della Garemi, era del tutto priva di senso: il TAR, con i soldi rubati, durante la guerra avrebbe comprato dei campi (!). Bisogna proprio essere miserabili di Malo per sostenere una accusa del genere che, se vera, dimostrerebeb solo che il TAR era un completo idiota che pagava con denaro contratti di vendita che avrebbe potuto ottenere con il mitra in mano. La controprova della indigenza del TAR, e della sua fondamentale onestà, si ebbe quando, appena finita la guerra, il figlio si ammalò e non ebbe i soldi per la penicillina necessaria a curarlo e il figlio (nella foto) morì di polmonite

Condividi

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

Link utili