CHIARIMENTI SUL RISCHIO PFAS

La cancerogenicità del PFOS.

A ogni più sospinto le truppe cammellate degli speculatori delle bonfiche dichiarano che i PFOS sono stati considerati cancerogeni (vedasi relazione Legambiente Verona il 07.03.2016); allora vediammo le carte ufficiali.

I PFOS nel database del Ministero ambiente sono considerati come “possibili cancerogeni”, al pari di tante altre sostanze come il caffè e diversamente da sostanze come la carne rossa che è stata valutata come certamente cancerogena.

Per i diffidenti mi permetto di riportare la pagina del database del registro del ministero ambiente

Poi ragionerò su quel possibili effetti cancerogeni; chiariamo intanto la definizione di Tossico.

Sono oltre 400 anni che un chimico-farmacista svizzero, tal Paracelso, chiarì che quello che distingue un veleno da un farmaco è la quantità. All’epoca molti veleni come l’arsenico erano usati come farmaci (nello specifico per la cura della malaria). Lo stesso vale per la definizione di tossicità che è chiarita, per ogni sostanza classificata come tale per l’ingestione, dalla cosiddetta Dose Letale 50 (LD50), ossia dalla dose che fa morire il 50% delle cavie o degli insetti usati per testarla.

Sul sito del ministero, nella documentazione per i regolamenti, troviamo che la LD50 per il PFAS per i mammiferi è quella della tabella seguente.  La tabella è ricavata da un’ampia ricerca qui verificabile

http://www.reach.gov.it/sites/default/files/allegati/ProgettoPFAS_Finale_ottobre2013.pdf

Chi volesse informarsi senza pregiudizi può scaricarla e leggersela,

Si vede che la tossicità nei ratti è superiore a 500 mg/kg nei maschi e tra i 250 e i 500 mg/kg nelle femmine. Ovviamente i ratti non sono umani, ma dai tempi dei nazisti non facciamo più esperimenti sulle persone.

Prudenzialmente si prendono, per gli uomini non professionalmente esposti, come livelli di sicurezza 1/100 della LD50; in altri termini per schiattare è necessario ingerire 5 mg/kg di peso corporeo.

Data una concentrazione massima di 500 nanogrammi/litro nelle acque di pozzo controllate per assumere una dose letale una persona di 80 kg dovrebbe aver bevuto 800 metricubi di acqua (800.000 litri); dalla tabella si ricava che nell’uomo i PFOS sono smaltiti in 3.8 anni; in tale periodo anche un astemio non berrebbe più di 2 litri/die, quindi (365 x 3.8 x 2) 2774 litri contro 80.000.

 

Segnalo questi dati perché la semplice classificazione di tossicità, se è scollegata dalla dose, non ha alcun senso:anche il sale da cucina è considerato tossico con una dose di 4 grammi/kg di peso corporeo.

Per la cancerogenicità occorre introdurre il concetto di probabilità. Nel caso di una sostanza tossica siamo certi che a certe concentrazioni porta alla morte, nel caso della cancerogenicità possiamo dire che un determinato fattore può provocare tot tumori per ogni N persone esposte ad una determinata dose.

Verificare il nesso di causa di tumori da un fattore di rischio è un lavoro enorme che impegna milioni di osservazioni e che deve depurare queste osservazioni da altri fattori confondenti; ad esempio per stabilire la dipendenza di tumori polmonari da alcuni solventi fu necessario distinguere gli esposti fumatori da non fumatori. Osservazioni che vanno avanti per anni e anni; nel frattempo di cambia lavoro, si cambia modello di vita. Un nesso di causa certo può essere rapidamente stabilito attraverso l’esposizione di cavie e insetti, ma la dose a cui si attiva il rischio è determinabile con certezza solo dall’osservazione degli umani esposti. Tutto questo lavoro è coordinato a livello internazionale dall’IARC, al di fuori di quello che tale organismo dichiara abbiamo solo studi senza valore giuridico.

Comunque si è riusciti a stabilire il nesso causale tra molti fattori di rischio e i tumori che possono derivarne. Per fare un esempio per i liquidi emittenti usati nelle scintigrafie sappiamo con assoluta certezza qual è il nesso di causa, quale l’organo bersaglio e la correlazione statistica tra dose e numero di tumori possibili.

Tuttavia per fattori di rischio a bassa evidenza è difficile stabilire il nesso di causa; un esempio comprensibile a tutti è la formaldeide. Al di là del fatto che è abbondante in natura (punture di vespa e ortiche) per molti anni è stata usata come prodotto di disinfezione e, addirittura, come colluttorio per il mal di gola. I più vecchi ricordano le pastiglie di Formitrol che si succhiavano quando si aveva la gola infiammata. Solo da pochi anni è stata dichiarata cancerogena.

Se ci sono voluti così tanti anni per verificare l’insorgenza di tumori da un prodotto largamente diffuso significa che i tumori generati da tale fattore di rischio erano veramente pochi.

Una situazione analoga si ha per i PFAS. Non è vero che siano un prodotto nuovo, non è vero che non siano stati controllati. Da decine e decine d’anni si conoscono le concentrazioni nel sangue dei lavoratori che ne hanno un contatto (nel nostro caso i lavoratori ex RIMAR, oggi MITENI osservati da trentasette anni); per tali lavoratori non solo sono osservate le concentrazioni nel sangue del fattore di rischio, ma anche tutti gli altri parametri biologici; data l’altissima concentrazione in taluni esposti (47.000 nanogrammi contro i 220 massimi della popolazione civile misurata) se non è emersa l’evidenza significa che la dose per la cancerogenicità deve essere molto alta.

Per fare un esempio opposto il cromo esavalente delle cromature ha un livello di sicurezza nell’acqua potabile di 0.05 mg/litro (50 microgrammi, 50000 nanogrammi) definiti nel 1958 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il Cromo Esa è certamente cancerogeno e la concentrazione appena indicata è sicuramente una concentrazione di sicurezza.

Mi permetto perciò di osservare che se il PFAS fosse della stessa rischiosità e della stessa evidenza del cromo esa avremmo un livello di sicurezza superiore; in altri termini il PFAS avesso lo stesso rischio del cromo esa le concentrazioni di microgrammi per cc di sangue trovate nei lavoratori controllati avrebbero portato a qualche evidenza (tumore). Qui invece si sta parlando di concentrazioni nell’acqua potabile 1000 volte inferiori al livello di sicurezza del cromo esa (50 milionesimi di grammo/litro il livello di sicurezza del cromo esa, 500 miliardesimi di grammo/litro rilevati nelle acque per i PFAS).

Torniamo perciò alla classificazione della sostanza come un fattore di rischio dai probabili effetti cancerogeni. E’ difficile spiegare e capire il concetto di probabilità di probabilità che qualcosa avvenga; cercherò di farmi capire.

L’immagine seguente (la parte in nero) è la probabilità di insorgenza di tumore (casi ogni 100.000 persone ogni anno) in relazione al consumo di sigarette per giorno

 

Le linee verticali danno l’intervallo di confidenza (es.per 20 sigarette /die abbiamo un intervallo di incidenza da 180 a 270 casi di tumore in più ogni 100.000 esposti.

Per le sigarette è facile costruire la curva di probabilità perché abbiamo milioni di fumatori con abitudini diverse; per i PFAS invece

  1. Non abbiamo casi certi e le prove su cavie sono fatte a livelli di esposizione altissima (poi si vedrà)
  2. Non abbiamo una grande popolazione esposta.

Se costruissimo una curva simile per i PFAS ci troveremmo, con i dati che abbiamo, nella zona indicata dal cerchio rosso; non avendo certezze di causa per alte dosi lo sviluppo potrebbe essere tanto la linea verde quanto quella blu Ma se vi fosse evidenza (molti tumori anche a basse concentrazioni) di un chiaro nesso di causa tra PFAS e tumore avremmo già un numero di casi sufficienti per definire la pendenza della linea blu.

Per capirci la linea verde è la situazione della formaldeide, la linea blu quella del cromo.

La situazione dei PFAS è certamente più simile a quella della linea verde che a quella della linea blu; in altri termini quando si classifica come possibili effetti cancerogeni significa che il rischio non è zero, ma che è bassissimo e non si sono ancora accertati gli effetti.

Perché il rischio non è classificato a zero?

Perché le prove cosiddette in vitro (ossia su cavie o insetti) hanno dato dei risultati, ma con concentrazioni elevatissime.

L’immagine a sinistra riporta lo sviluppo di ghiandole mammarie nelle cavia, ad una esposizione alimentare  di 5 microgrammi/litro di acqua.

La concentrazione massima rilevata nell’acqua potabile dei pozzi più critici è stata di 10 volte inferiore e quella media di 100 volte inferiore.

Come si è detto della definizione del rischio, con tale concentrazione, ci si trova in una zona dove non si possono escludere gli effetti sulle persone, ma non vi è certezza.

L’immagine successiva riporta una prova su cavia questa volta basata non sugli alimenti, ma sulla concentrazione già presente nell’organismo

Le concentrazioni nel sangue della popolazione controllata nel vicentino hanno riportato un livello massimo di 420 miliardesimi di grammo/cc di sangue. Considerando il volume di sangue di 6000 cc per un adulto di 80 kg abbiamo una concentrazione massima reale di 31 microgrammi/kg peso corporeo; come si vede il test è stato fatto con concentrazioni rilevate di 100 microgrammi/kg.

Non conosco il protocollo del test, ma tali concentrazioni (100 microgrammi) sono difficili, se non impossibili da raggiungere, per via alimentare, suppongo perciò che la sostanza sia stata iniettata.

Non vi sono evidenze e non ho trovato test per effetti su concentrazioni minori.

 

 

Conclusioni, brevissime, il rischio non è zero, ma alle concentrazioni rilevate per le acque potabili e nel sangue del campione di popolazione, allo stato dei fatti e delle conoscenze, il rischio di insorgenza di patologie è bassissimo e, probabilmente, non rilevabile.

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