Ermenegildo Badia “Fanfulla” di Gio Batta, cl. 26 da Montecchio Maggiore;

Sergio Coda “Gesso” di Pietro, cl. 26, da Tezze di Arzignano;

Aldo Decimo Concato “Venezia” di Mario, cl. 26, da Arzignano;

Giuseppe Molon “Bandito” di Pietro, cl. 25, da Tezze di Arzignano;

Ernesto Corato “Fieno” di Luigi e Santa Nicoletti, cl. 26, da Brogliano;

Gaetano Guglielmo Golin “Vendetta” di Guglielmo, cl. 25, da Montecchio Maggiore;

Giovanni Lovato “Pepe” di Leonardo ed Elena Marzotto, cl. 26, da Valdagno;

Giovanni Domenico Dalla Benetta “Montagna” di Antonio, cl. 26, da Montecchio Maggiore

Luigi Boschetto “Manlio” di Giovanni e Teresa Tadiello, cl. 27, da Chiampo;

Giovanni Calearo “Bobi” di Francesco, cl. 25, da Montecchio Maggiore;

Giovanni Battista Farinon “Zara” di Emilio e Drusiana Traforti, cl. 26, da Piana;

Giovanni Cesare Colombara “Wisky” di Olinto e Maria Perazzolo, cl. 25, da Montecchio Maggiore;

Agostino Giuseppe Guderzo “Bravo” di Giuseppe, cl. 26, da Montecchio Maggiore;

Petronio Paolo Veronese “Giorgio”, cl. 26, da Arzignano – comandante della pattuglia, studente liceale e appassionato alpinista.

Marcellino Battistin “Neghelli” di Domenico e Teresa Cenzato, cl. 26, da Contrà coste di Piana;

 

Il 9 settembre 1944 un rastrellamento improvviso e violento investì la zona della Piana di Valdagno. Vennero trucidati 61 tra civili e partigiani. Ho riportato l’elenco dei partigiani morti che non avevano ancora 20 anni.

Troviamo 4 giovani di 19 anni, 10 di 18 e uno di 17. Vediamo che un ragazzo di 18 anni era capopattuglia. Tra i fucilati vi fu anche un partigiano combattente di 16 anni (Quirino Traforti “Carnera-Salvo”) che non ho riportato in elenco perché sopravvisse. Suo fratello, di un anno minore, con il nome di battaglia di “Topolino” aveva il proprio parabello, ma veniva usato soprattutto per i collegamenti perché, grazie alla sua giovinezza, passava attraverso le maglie dei posti di blocco.

 

Per i giovani che leggono queste considerazioni è bene ricordare alcune cose:

    bando reubblica salò
  1. La Repubblica di Salò con ben 3 bandi chiamò alle armi le classi dal 1922 al 1924, per chi non si presentava a questa infame leva era prevista la pena di morte. Gravissime sanzioni vi erano per i familiari che coprivano i disertori. Per giovani di 20-22 anni quindi la scelta era tra adesione all’esercito di Mussolini, salire in montagna con i partigiani o nascondersi aspettando che finisse la guerra. Scelta, quest’ultima, estremamente rischiosa perché soggetta alla pena di morte senza possibilità di difesa come era invece la scelta partigiana.
  2. I giovani con meno di vent’anni non avevano alcun obbligo; forse potevano essere reclutati per il lavoro coatto con la Todt, ma su di loro non incombeva la pena di morte.
  3. La maggiore età era di 21 anni. Per una serie di atti ci voleva il consenso del padre o di un genitore sostitutivo. Anche per sposarsi un minorenne dipendeva dalla volontà del padre. Era quindi una società che in generale non riconosceva al minore nessuna libertà di scelta. Eppure 10 dei 61 trucidati erano andati in montagna a combattere il nazifascismo per libera scelta; vi è da pensare che statisticamente i morti rispettassero la composizione anagrafica generale della Brigata Stella.

 

Basterebbe questo a far giustizia delle menzogne costruite da storici discutibili come il De Felice che hanno prima presentato e poi sostenuto una visione della resistenza e della guerra civile come scontro tra due minoranze (fascisti e partigiani) e una zona grigia composta dalla maggioranza della popolazione.  Questa visione, almeno per il vicentino e la zona di operazioni della Garemi non regge.

Su un bacino di potenziali combattenti (classi dai 20 ai 30 anni) dei comuni della valle dell’Agno non superiore ai 6000 maschi ben 600 furono in armi contro i nazifascisti ininterrottamente dal marzo ’44 all’aprile ’45. Questi 600 diventarono oltre duemila nei giorni prossimi alla liberazione.

E non si pensi ai partigiani cosiddetti dell’ultima ora perché dei 600 permanentemente in armi 180 lasciarono la vita.

Forse i giovani dai 17 ai 19 anni che nell’estate del 44 salirono in montagna non avevano piena coscienza della gravità del pericolo a cui andavano incontro, ma certamente sapevano cosa non volevano (il fascismo), e sapevano che il cambiamento che volevano e per il quale rischiavano si sarebbe conquistato solo con le armi in pugno

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